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A un certo punto è sembrato di tornare indietro nel tempo, a quando Mancini volse lo sguardo verso la panchina e a pochi minuti dal termine della partita chiese a Luis Figo di alzarsi ed entrare in campo, ricevendo in cambio il secco no del portoghese. Anni dopo, lo stesso Figo, ha rivelato di essersi sentito umiliato di fronte a quella richiesta. Perché, parliamoci chiaro, a due minuti dal triplice fischio fai entrare un mestierante, oppure un ragazzino, non uno dal curriculum eccellente che già mastica amaro per l’esclusione.

SCENA RIPROPOSTA - Passano gli anni, cambiano gli interpreti. Conte al posto di Mancini ed Eriksen al posto di Figo. Inter-Napoli ha riproposto una scena diversa solo nel finale, perché il danese ha svestito la tuta e obbedito agli ordini di Conte. Resta l’ingresso in campo al minuto 89, a certificare qualche corto circuito nel rapporto tra i due, che forse non è ancora incrinato, ma che di sicuro vede una mancanza di fiducia del tecnico verso il calciatore. Questioni di equilibri, come se la squadra non potesse ancora permettersi l’indolenza dell’ex Tottenham.
CONTE FORZA LA MANO - Conte non riesce a trovargli un posto, lecito prendersi tempo. Meno legittimo giocare con le lancette e dargli spazio a match già archiviato. Non che altri giocatori meritino questo trattamento al posto del danese, ma se Eriksen vive già di per sé un momento così delicato, perché accanirsi ulteriormente forzando ancora di più la mano? Forse non siamo ancora ai livelli dell’umiliazione personale di cui parla Figo, ma di questo passo il rischio di arrivarci è breve.