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La premessa è d'obbligo: una stagione negativa non può improvvisamente cancellare i valori assoluti di un giocatore e il costo del suo cartellino non deve in alcun modo inficiare i giudici tecnici che lo accompagnano. Geoffrey Kondogbia rimane uno dei centrocampisti europei con i maggiori margini di crescita nei prossimi anni, a patto che dimostri in fretta di aver compreso le difficoltà di un calcio più tattico (e dunque più completo) di quello spagnolo e francese. Ma la gestione a cui è stato recentemente sottoposto l'ex Monaco suscita comunque qualche perplessità.

PANCHINE SOSPETTE - Chiarito una volta per tutte anche che i 31 milioni di euro più bonus investiti dall'Inter non sono stati soltanto il prezzo da pagare per la concorrenza del Milan, ma anche per questioni inerenti ai reali proprietari del cartellino del giocatore, è lecito domandarsi che fine abbia fatto Kondogbia. L'ultima partita da titolare risale allo scorso 12 marzo contro il Bologna, poi sono arrivate tre panchine consecutive. E anche prima il suo impiego è sempre stato contraddistinto da brevi periodi di continuità, alternati ad una serie di esclusioni dall'undici iniziale e non solo per motivi fisici.
FIDUCIA A PAROLE - Kondogbia è un investimento tecnico, prima ancora che economico, da salvaguardare, da proteggere ma anche da far fruttare e dunque non si spiega del tutto perchè Mancini abbia optato ultimamente per alternative, negli uomini e nel modulo (l'attuale centrocampo a due non favorirebbe le qualità del francese), poco consone alle caratteristiche del suo giocatore. Ad un certo punto della stagione, l'allenatore nerazzurro a parole ha difeso tutti ma ha fatto scelte drastiche, mettendo in panchina anche giocatori che aveva voluto fortemente come Felipe Melo o Jovetic e Kondogbia a sua volta è uscito dalle rotazioni. Non il modo migliore per dargli fiducia e per favorire la crescita di un calciatore di livello e sul quale la società si è spesa, in tutti i sensi.