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Ci sarà un nuovo derby nel derby di domenica sera a Milano. Il derby scandinavo tra il danese Christian Eriksen e lo svedese Zlatan Ibrahimovic, assenti all’andata perché in tutt’altre faccende affacendati e quindi al debutto in questa indiretta sfida personale in Italia. Il calcio non è uno sport individuale, ma i grandi solisti fanno la differenza e mai come stavolta gli occhi dei tifosi rossonerazzurri saranno puntati su Eriksen, al debutto a San Siro, e su Ibrahimovic al ritorno a San Siro, dopo aver saltato l’ultima partita contro il Verona, guarda caso pareggiata senza la sua carismatica presenza.

Magari alla fine, come già successo in passato, gli uomini che decideranno il derby saranno altri, inimmaginabili alla vigilia specie se arriveranno dalla panchina come potrebbe accadere a Esposito da una parte e Paquetà dall’altra. Fino al calcio d’inizio, però, tutti penseranno all’importanza dei due talenti valorizzati dall’Ajax, in cui avevano incominciato a mostrare la loro classe: il neo interista tra il 2009 e il 2013, il rossonero di ritorno tra il 2001 e il 2004, oggi simboli anche di due filosofie societarie diverse. Il danese, che compirà 28 anni cinque giorni dopo il derby, è l’iniezione di classe per il presente dell’Inter che sogna lo scudetto, ma anche per il futuro della squadra nerazzurra. Lo svedese, che compirà 39 anni il 3 ottobre, è la scossa di adrenalina che ha svegliato una squadra troppo giovane e inesperta, in grado di garantire però soltanto un intervento di emergenza. Comunque vada a finire la stagione, infatti, l’Inter ha una proprietà forte che ha scelto dirigenti, allenatore e giocatori in grado di garantirle un futuro. Il Milan, al contrario, è un festival di punti interrogativi, con una proprietà di passaggio, senza passione, che pensa soltanto al business e naviga a vista, continuando a cambiare uomini e strategie.
Da Leonardo a Boban, da Giampaolo a Pioli, dai troppi giovani al grande vecchio Ibrahimovic, per salvare il salvabile di una stagione compromessa troppo in fretta. E così, mentre Eriksen può avere tutto il tempo di ambientarsi perché questa è soltanto la sua prima mezza stagione interista, Ibrahimovic non ha tempo da perdere perché questa potrebbe essere la sua ultima mezza stagione milanista, in cui rimane una scommessa perché nessuno sa quanto potrà durare a livello fisico. Guarda caso, infatti, appena ha giocato due partite ravvicinate, contro il Brescia e il Torino, si è dovuto fermare per i classici “dolorini” tipici di chi si avvicina agli “anta”, a maggior motivo se dopo un’esperienza in America dove i ritmi non sono quelli europei. In fondo anche Rivera, a 35 anni, nel suo ultimo campionato riuscì a giocare soltanto a 13 delle allora 30 partite di campionato, entrando e uscendo dal Milan di Liedholm che vinse lo scudetto della stella nel 1979. Quella, però, era una squadra che poteva prescindere dal suo capitano, grazie ai vari Bigon, Antonelli, Novellino e Maldera. Questo, invece, è un Milan Ibradipendente, visto che lui ha portato sia la torta sia la ciliegina. Mentre Eriksen è soltanto una ciliegina, perché la torta c’era già. E la differenza tra Inter e Milan è anche questa.