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  • Inter, Moratti racconta: 'Triplete a rischio colica, vigilia di Madrid con il terrore. Su Ronaldo, Mou e il 5 maggio...'

    Inter, Moratti racconta: 'Triplete a rischio colica, vigilia di Madrid con il terrore. Su Ronaldo, Mou e il 5 maggio...'

    Dal 5 maggio del 2002 al Triplete, Massimo Moratti racconta tutto a cuore aperto in 'Simpatico', speciale in tre episodi di Dazn dedicato all'ex presidente dell'Inter. Le sue dichiarazioni: 

    5 MAGGIO 2002 - "L'Inter è più senso del dovere che in altri momenti. La sveglia del 6 maggio è quella in cui dici che è successo qualcosa di inaspettato e terribile, all'ultimo minuto e anche per colpa nostra, per incapacità di affrontare l'ultimo ostacolo. Mi sentivo in colpa verso i tifosi. La sicurezza della mia squadra mi aveva fatto arrabbiare, perché erano convinti che la cosa fosse facile. Mi ricordo che "prefesteggiavano" l'eventuale vittoria e la cosa non mi piaceva moltissimo. Feci un gravissimo errore a non scendere negli spogliatoi tra primo e secondo tempo, ma perché ero avvilito in maniera terribile. Nel secondo tempo entrando avevano capito com'era la cosa ma lo stesso tenevano un atteggiamento come se fosse facile. E infatti finì esattamente al contrario con la Lazio che passeggiando e senza fare cose eccezionali ci batté 4-2. Poi magari a Roma non vedi bene la partita ma vedi bene le panchine, quindi vedevi Ronaldo disperato e gli altri giocatori che consideravano come un ostacolo insuperabile. Siamo passati dall'eccessiva sicurezza alla disperazione. Chiaro che la partita andava persa. Questo mi ha aiutato a capire che quella era una situazione in cui non avevo troppe difese, dovevo solo chiedere scusa. Così ho fatto e abbiamo fatto tutti, tutta la squadra. E poi quando tocchi il fondo c'è qualcosa che ti spinge e ti dice che da adesso in poi andrà certamente bene.  Quel periodo ho saputo anche apprezzarlo. E' una preoccupazione costante ma a cui ti abitui e viene lenita dal fatto che hai la passione. Quella passione ti fa dire andiamo avanti e facciamo qualcosa di nuovo e di straordinario. Ti senti sempre in dovere, l'importante è sentire sempre il senso del dovere che ti mette in condizione di essere sul pezzo. Ma vivi sempre volendo rispondere alle aspettative dei tifosi", riporta FcInterNews.it.

    L'ACQUISTO DELL'INTER - "Prima dell'acquisto mi ricordo all'angolo della strada dove abito che stavo parlando con l'avvocato Prisco e mi disse: 'Se magari provi a vedere se puoi diventare presidente, sarebbe molto interessante per noi". Io invece di dire di no dissi, "provo a vedere'. Lui insisteva, ma pensavo di dire una cosa così... Tempo una o due settimane invece ero presidente. Sono quelle cose che pensi da ragazzo, come possibilità remotissima. Siccome è una pazzia, se la prendi come decisione deve essere in fretta, ma se la prendi con buon senso non la prendi mai".

    RONALDO - "Ronaldo era il numero uno in quel periodo. Ho pensato che ci fosse la possibilità di tentarla. Io ero appena arrivato, da un anno. Credo che gli altri presidenti non pensassero nemmeno che potessi farlo. Gli altri credevano forse che fosse impossibile. Lo avevo conosciuto perché era venuto a trovarmi a Milano con la sua fidanzata quando era al Psv".

    COPPA UEFA '98 - "Eravamo arrivati in finale attraverso una semifinale in cui Ronaldo aveva fatto il gol forse più bello con l'Inter. Arrivammo quindi veramente entusiasti. Un po' come successo col Barcellona, la semifinale era stata talmente sofferta che vedevamo la finale come qualcosa di possibile. La partita fu stupenda e anche lì Ronaldo trascinò la squadra. Ci fu il fischio finale e Zoff, gentilissimo e che era della Lazio mi disse che forse sarebbe stato bello che andassi dai giocatori in campo. Io ero felice in tribuna, ma non pensavo di scendere".

    MANCINI - "Un bel giorno ricevo a Natale da parte di Mancini una maglia di quelle vecchie, di lana, con uno scudettone grossissimo e un biglietto: 'Se vengo all'Inter rivinciamo'. Rimasi abbastanza convinto di puntare su Mancini. E' stato fin da subito un volere da giocatore. Ne abbiamo anche parlato assieme ma poi il presidente della Sampdoria giustamente mi disse che non si permettevano di venderlo. Ma siamo sempre rimasti legati. Era un ragazzo, aveva appena smesso di giocare. Aveva tutta l'emozionalità dei giocatori. Perdemmo con la Lazio e me lo trovai nello spogliatoio che piangeva in un angolo e questo faceva capire che ci teneva tremendamente a far bene. Ho seguito la sua storia all'Inter con affetto, ci tenevo moltissimo avesse successo".

    INTER-LIVERPOOL: L'ADDIO DI MANCINI - "L'Inter non ti mette in condizione di essere sereno, hai sempre costantemente una grana nuova che devi saper affrontare e vivacizza la vita. Lo presi a fine partita e dissi: "Ma cosa sei andato a dire?". Per me era sorprendente come situazione, incredibile. E allora pensai che non potevo cogliere il rischio di essere impreparato se gli ricapitava una crisi di questo genere, perché ci sarà stato un motivo se l'ha detto. Quella notte ero negli spogliatoi con Branca e Oriali, mi fecero qualche nome ma per me il nome era uno: Mourinho. Lo chiamammo con la chiarezza che non c'era nulla di definitivo, solo dirgli che noi saremmo stati interessati se fosse stato interessato lui e che solo a fine campionato potevamo dargli una risposta definitiva. La risposta fu: 'Dite al presidente che da questo momento mi sento l'allenatore dell'Inter".

    INTER-SAMP - "Me la ricordo benissimo perché è stata una partita sofferta dal primo all'ultimo minuto. I tifosi erano anche abbastanza viziata, un tifoso ti dimostra che le cose non gli vanno andandosene via o fischiando. Proprio lì Recoba espresse la sua qualità, tirava in porta e fece assist. in 3' trasformò la partita in qualcosa di fantastico. Vedevi man mano dopo il primo gol qualcuno che si fermava e rientrava sugli spalti. E' stato bellissimo. Mancini lì si era preso una rivincita a fine partita perché era stato insultato da qualcuno vicino alla panchina".

    TIFOSI - "Mi sembrava di vivere insieme. Non ho mai visto il tifoso come dall'altra parte del tavolo. L'ho sempre sentito sinceramente come fosse insieme a me".

    RECOBA - "Tanti giocatori li ho apprezzati in maniera particolare per la classe e il piacere che davano al tifoso. Recoba sotto il profilo calcistico è sinceramente poesia. Aveva dribbling, tiro, fantasia, era sorprendente. Rispondeva al sogno. Un giocatore che fa una cosa mai vista e ti fa vincere la partita".

    MITO DELLA PAZZA INTER - "Era più che altro l'immagine di quello che è il carattere di questa squadra, che attraverso la fantasia di giocatori speciali riesce a ottenere situazioni impossibili". Quello che faceva impressione di Siena è che c'era un ristorante di un albergo che era messo in alto e guardando le finestre di questo ristorante si vedeva un campetto di calcio che dava l'impressione di essere un campo di allenamento, poi invece ti avvicinavi ed era lo stadio. Ti dava l'impressione di essere in uno stadio piccolissimo con una bolgia. Una festa meravigliosa, i giocatori erano felicissimi, era una rivincita che loro si prendevano nella loro professione. C'era tutto questo più la felicità dello scudetto. Siena è di una bellezza tale... Abbiamo sempre scelto posti molto belli dove festeggiare".

    PRIMO SCUDETTO - "Quello che faceva impressione di Siena è che c'era un ristorante di un albergo che era messo in alto e guardando le finestre di questo ristorante si vedeva un campetto di calcio che dava l'impressione di essere un campo di allenamento, poi invece ti avvicinavi ed era lo stadio. Ti dava l'impressione di essere in uno stadio piccolissimo con una bolgia. Una festa meravigliosa, i giocatori erano felicissimi, era una rivincita che loro si prendevano nella loro professione. C'era tutto questo più la felicità dello scudetto. Siena è di una bellezza tale... Abbiamo sempre scelto posti molto belli dove festeggiare".

    PIU' ROMANTICO CHE RAZIONALE? - "Sì, se pensiamo al romantico come al sentimento con cui si prendono le decisioni, io uso anche il sentimento nelle decisioni. L'insieme delle sofferenze, delle emozioni, delle vittorie. Ci ha messo in condizione di ringraziare il cielo perché abbiamo vissuto qualcosa di bellissimo".

    L'ERA MOURINHO - "Il primo incontro con Mourinho fu a Parigi e lì c'è un portiere di questa casa che è portoghese ed è un po' la capa di tutte le portinerie di quella via. A un certo punto mentre eravamo lì a mangiare formaggio con Mourinho suonò la porta e questa signora entrò facendo finta di chiedere se c'era bisogno di qualcosa e poi vide Mourinho. Disse: "Oh José", poi ha preso e se n'è andata. Quando una cosa deve essere segreta, il segreto di una portinaia si sa perfettamente...".

    INTER-MANCHESTER UNITED E L'ELIMINAZIONE DALLA CHAMPIONS - "La Champions League era l'obiettivo principale, quando è un po' che vinci il campionato è abbastanza normale che punti a quello, se non altro arrivare in finale ma sapevamo che l'importante era vincere. Quello che non mi andava dopo Inter-Manchester era di capire che era scontata la sconfitta. Entrai negli spogliatoi e i giocatori sembravano dire che avevano fatto il massimo. Questo è inaccettabile per un tifoso, non solo per il presidente. Quello fu un buon momento per capirci anche fra di noi, forse non sapeva quanto ci tenessi e lì lo capì".

    SCAMBIO IBRA-ETO'O - "Nasce da un incontro con Laporta. Parlando delle nostre squadre mi chiede com'era Ibrahimovic e gli dissi che era il più grande che si potesse immaginare. Un giocatore completo, dove andava vinceva il campionato. Mi disse se avrei potuto venderlo e dissi: 'Non ci penso neanche'. Allora mi fece delle proposte e dissi: 'Se mi dici quattro volte tanto non so se ti dico di sì'. In ufficio mi arrivò una telefonata di Laporta e mi disse che voleva passare da Milano perché aveva capito che avevo ragione. Nella sorpresa mi dissi che magari mi avrebbe davvero offerto quattro volte tanto. Così è stato. Si è presentato in casa e sul portone mi ha detto: "L'offerta è questa". Dissi: "Per me va benissimo" e ci siamo stretti la mano".

    VITTORIA CHAMPIONS - "Il giorno prima della finale vivevo veramente col terrore. Mi dicevo: 'Mi sta venendo una colica renale e domani non vedo la partita...'. E allora ero lì che facevo il sacrificio classico. 'Non vado alla partita, l'importante è vincere'. Poi fortunatamente non mi venne del tutto e alla partita andai. A Madrid quello che era meraviglioso era vedere la risposta dei tifosi, una risposta commossa, non solo di grande felicità ma un pianto generale per la felicità che generavano i giocatori. La prima cosa che pensavi fu naturalmente legata a mio padre e al fatto che il destino avesse voluto che le Coppe dei Campioni fossero legate alla nostra famiglia ed era una cosa altrettanto bella e che mi faceva piacere. La differenza tra l'alba del 6 maggio e quella di Madrid è notevole. C'era la decisione di andare a Milano o stare lì. Mi sembrava antipatico pensare che non essendoci Mourinho andavo io a prendermi tutti gli onori di una vittoria che era da dividere. Io me ne rimasi a Madrid e fu molto rilassante perché era piacevole poter camminare pensando che era andata, era successo qualcosa di bellissimo e te lo stavi godendo per conto tuo, con la famiglia e che il mattino dopo sarebbe stato meraviglioso. Poi la festa continua per qualche giorno".

    FELICE DELLA PERSONA CHE E' STATA? - "Non lo so. Un conto è essere felici di quello che hai avuto, felici dell'affetto che hai avuto e quello devo ringraziare il cielo mille volte e sono felicissimo. Merito di quello che sono stato e sono? Si può sempre essere molto meglio, ogni cosa che fai evita che tu ne faccia un'altra che poteva essere fantastica. Ringrazio il cielo per tutto quello che ho avuto, ma non so se sono soddisfatto di quel che sono stato. Sinceramente non lo so".

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