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"L'Inter non è ancora una grande squadra". Moratti dà ragione a Conte, che a sua volta dà ragione a Lukaku. La conferma arriva dall'ultima sconfitta con il Real Madrid a San Siro, che anzi esaspera il concetto. A differenza di quella dell'anno scorso, questa non è più una squadra. 

La legge non scritta nel mondo del calcio dice che il primo a pagare è sempre l'allenatore. Il discorso vale anche in questo caso, a prescindere dai risultati. Infatti i nerazzurri hanno tutte le carte in regola per vincere sabato a Reggio Emilia contro il Sassuolo in campionato e martedì a Monchengladbach con il Borussia in Champions League. 

Il problema di fondo è un altro. La frase pronunciata da Marotta su Eriksen ("Non tratteniamo chi non vuole restare") vale anche per Antonio Conte? Almeno a parole l'allenatore lo ha sempre smentito, ma i fatti sembrano dimostrare il contrario. La sensazione è che sia rimasto a Milano più per questioni contrattuali che per convinzione nello sposare il progetto di Suning. Allo stesso modo pare che la società non cambi tecnico più per il suo ricco ingaggio da un milione di euro al mese che per fiducia nel suo lavoro. 

Conte è sempre stato un trascinatore, invece in questa stagione sembra quasi arreso a farsi trascinare dagli eventi. Per la serie: finché la barca va, lasciala andare. Ma qui c'è il serio rischio di affondare tutti insieme. Buona parte dei tifosi lo ha già scaricato, lanciando sui social l'hashtag #ConteOut. Addirittura c'è chi sogna un ritorno in panchina di Luciano Spalletti, ancora sotto contratto. Chi lo avrebbe detto soltanto tre mesi fa, alla vigilia della finale di Europa League persa con il Siviglia? Il calcio è strano, all'Inter ancora di più.