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E’ il 23 novembre del 1980. Alle ore 19,34, con epicentro ad Avellino, la terra trema. Un sisma di magnitudo 6,3. Devastante. L’Irpinia si trasforma in un terreno da dopo bomba. Duemila e novecento morti. Quasi novemila feriti. Trecentomila persone rimaste senza un tetto sotto il quale ripararsi. Fa impressione l’immagine della chiesa Madre di Balvano, in provincia di Potenza, il cui tetto è crollato seppellendo sessantasei persone. La maggioranza di esse sono bambini e bambine che si stavano preparando per ricevere i sacramenti della cresima e della comunione. Proprio quella istantanea farà il giro del mondo diventando il simbolo di una tragedia che pare non dover finire mai.

Sandro Pertini era il presidente della Repubblica. Il suo dolore si trasformò in rabbia quando si rese conto della lentezza inammissibile delle opere di soccorso e tuonò contro chi avrebbe dovuto occuparsi di quella parte dell’Italia squarciata. Impegni e promesse vennero solennemente sottoscritti dalle autorità responsabili illudendo le vittime di quella tragedia che in tempi brevi o comunque ragionevoli la loro vita avrebbe potuto riprendere come scorreva prima del terremoto. Voci portate via dal vento che soffiava sulle centinaia di tendopoli allestite lungo tutto il territorio colpito dalla furia sotterranea della terra.

Un terremoto lungo quarant’anni perché gli effetti si possono vedere ancora oggi e i traumi subiti dalla gente continuano a rodere nel profondo dell’anima e nelle parti più nascoste del cervello. Stefano Tacconi, l’ex portiere della Juventus e della Nazionale che allora giocava nell’Avellino, visse insieme con la moglie ore di terrore che non smisero mai di agitare in lui fantasmi notturni.

Una durissima lezione che avrebbe dovuto rappresentare un tesoro per la memoria e per il dovere di prevenire anziché tentare di curare a tragedia avvenuta. Ma proprio la memoria sembra essere il tallone di Achille del nostro Paese sempre pronto ad alzare la voce nei momenti caldi per poi scordarsi di tutto o quasi dopo breve tempo. Il 6 aprile del 2009 questa volta alle tre e trenta del mattino la terra trema nuovamente. Epicentro del sisma, di magnitudo 5,8, è la città de L’Aquila. Le vittime sono “soltanto” trecentonove, mille e seicento i feriti, dieci miliardi di euro i danni stimati.

Ventinove anni dopo la tragedia dell’Irpinia viene proiettato un film già visto con il sonoro composto dalle medesime rassicurazioni e promesse. Oggi l’Aquila, come tanti piccoli della sua provincia, continua ad essere una città fantasma. Qualche domanda ciascuno di noi se la dovrebbe porre.