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Avanti, o peggio indietro, così Roberto Mancini passerà alla storia della Nazionale come l’uomo dei record, purtroppo però più negativi che positivi. Prima c’è stato il titolo europeo contro l’Inghilterra, vinto dopo tre pareggi su quattro gare a eliminazione diretta nei 90’, che sembra molto più lontano di un anno fa. Poi c’è stato il punto più basso per il nostro calcio, con la sconfitta in casa contro la Macedonia del Nord, che ci ha negato la partecipazione al Mondiale, dopo avere pareggiato quattro gare su cinque sulla strada della qualificazione, in questo caso senza la possibilità di vincere ai supplementari o ai rigori. E ora, alla fine di questa disgraziatissima stagione, è arrivata l’umiliante sconfitta in casa della Germania, che non ci aveva mai battuto in una gara ufficiale, con cinque gol al passivo come era successo l’ultima volta quando Mancini non era ancora nato, nel 1957 contro la Jugoslavia. Roba da vergognarsi, ripensando alla fresca lezione di gioco subita dall’Argentina che all’inizio del mese ci aveva battuto 3-0.

Mancini, però, ha il coraggio di dire che ha visto segnali positivi anche dopo aver perso 5-2, ma soprattutto ha avuto il coraggio di non dimettersi la sera in cui l’Italia ha perso contro la Macedonia del Nord. E allora è facile ripensare alle dimissioni del c.t. Prandelli e del presidente federale Abete, dopo l’uscita della Nazionale al primo turno del nostro ultimo Mondiale disputato nel 2014 in Brasile. Oppure, per avvicinarci alla penultima bocciatura premondiale del 2017, è facile pensare al linciaggio morale subito dal c.t. Ventura e dal presidente federale Tavecchio che dopo lo 0-0 contro la Svezia furono spazzati via dalle critiche, con la differenza non lieve che la Svezia vale più della Macedonia del Nord e soprattutto che allora Buffon e compagni erano arrivati secondi nel girone, dietro la già favorita Spagna e non la piccola Svizzera.

Eppure oggi Mancini è saldamente al suo posto e con lui il presidente Gravina, che non va in campo come i suoi predecessori Abete e Tavecchio ma rispetto a loro ha la colpa di avere proposto a Mancini un contratto fino al 2026, non dopo il successo nell’Europeo come premio, ma prima e cioè a scatola chiusa. Ciò significa che Mancini, a prescindere dall’ingaggio, ha avuto la garanzia di guidare la Nazionale in quattro manifestazioni, Europeo 2021, Mondiale 2022, Europeo 2024 e Mondiale 2026, come non era mai successo a nessuno altro c.t. in passato, nemmeno a Bearzot e Lippi che avevano vinto un Mondiale. Questo è stato il grave errore di Gravina, che dopo la sconfitta contro la Macedonia del Nord è stato costretto a confermare Mancini per evidenti questioni di bilancio, mentre il c.t. non ha avuto il buon gusto di fare almeno la finta di dimettersi, nel timore di perdere i milioni del contratto.
A questo punto, se non riceverà una migliore offerta economica da un club, italiano o più probabilmente straniero, Mancini rimarrà al suo posto ma se continuerà con i suoi esperimenti difficilmente otterrà altri successi. È vero che nel nostro campionato ci sono troppi stranieri, tra l’altro di incerta qualità e troppo pochi italiani soprattutto giovani, ma una Nazionale non si ricostruisce lanciando esordienti in continuazione, molti dei quali non hanno mai giocato in serie A. Zaniolo può essere l’eccezione non la regola da seguire a oltranza, specialmente in una squadra che cambia in continuazione e più in generale in un organico extralarge di 30 e oltre convocati per volta, che non favorisce certo l’unione e soprattutto l’attaccamento alla maglia.

Il paradosso è rappresentato dal fatto che ormai è più facile fare l’elenco dei pochi giocatori mai chiamati che di quelli aggregati almeno una volta. La triste morale è che siamo fuori dal Mondiale e dovremo soffrire per qualificarci al prossimo Europeo. Perché nel calcio non si può guardare indietro cullandosi sugli allori, come insegna la nostra storia dal Mondiale vinto nel 1982 a quello del 2006. E come insegna la storia degli altri, perché anche la Danimarca nel 1992 e la Grecia nel 2004 hanno vinto un Europeo ma poi si sono fermate lì.