Sei cresciuto tra i vincoli di Scampia e hai realizzato il tuo sogno: quello di diventare calciatore professionista. Ma non tutto va per il verso giusto, visto che sei accusato di concorso esterno al clan camorristico Vinella Grassi. Accusa pesante per Armando Izzo, difensore del Genoa e nel giro della Nazionale di Ventura, fresco 25enne che è indagato dalla Dda di Napoli per i racconti del boss pentito Antonio Accurso e le dichiarazioni rese dopo 3 mesi ai domiciliari di Luca Pini, ex giocatore dell’Avellino. Izzo quando era in Irpinia si sarebbe messo a disposizione del clan aiutandolo ad alterare i risultati delle gare contro Modena e Reggina del maggio 2014: c'è il rischio di una squalifica di 3 anni per l'ex Avellino, che oggi si racconta a la Gazzetta dello Sport: "Sa come mi chiamano nelle intercettazioni questi signori? L’ignorante. Dicono: “Oh, l’ignorante non deve sapere nulla perché Avellino-Reggina la fanno i senatori”. Questo perché nel 2014 ero un novellino in uno spogliatoio con gente come Castaldo, Biancolino, Millesi. Ma non è questo il punto: hanno ragione, sono ignorante. Non mi vergogno».

Mi scusi, cosa centra coi presunti illeciti?

"Sono cresciuto a Scampia: papà lavorava anche 18 ore al giorno per garantirci una vita quasi normale. Poi una leucemia fulminante lo ha stroncato in due mesi. Aveva 29 anni, mia mamma 27 e io quasi 10"

Cosa è accaduto, dopo?

«Sul letto di morte teneva stretto i miei 3 fratelli, tutti più piccoli. Stavo sulla porta, cercavo di non piangere. Da lontano mi ha fatto un cenno con la mano: diventavo il capofamiglia, altro che studiare. E infatti sbaglio i congiuntivi. Comunque, senza lo stipendio di papà siamo precipitati in miseria. Per mesi la mia cena è stata latte e pane duro. Saremmo finiti in braccio alla camorra, sempre in cerca di manovalanza, senza due miracoli"

Quali?

"Mia madre prese a fare le pulizie nelle case: le davano 6 euro l’ora. E non si fermava mai. Io col pallone ci sapevo fare: a 14 anni dalla squadra di Scampia passai al Napoli. Mamma diceva: “Ho sognato papà, aveva ali grandi. Dice di stare tranquilli: diventi calciatore”. Non è stato semplice. In estate facevo i tornei dei quartieri, girano parecchi euro. Partecipano calciatori veri, persino i campioni. Tutti fanno finta di non sapere che di mezzo c’è certa gente"

La svolta quando è arrivata?

"La promessa fatta a papà mi dava forza: ho la sua faccia tatuata su un fianco. A 16 anni il Napoli mi passava 500 euro al mese. A questo si aggiungeva l’aiuto del mio procuratore, Paolo Palermo. Poi divento capitano della Primavera: Mazzarri mi porta in ritiro e quando vede che corro con le scarpe tre numeri più grandi, dà dei soldi al massaggiatore e gli dice di accompagnarmi in paese per prendermi quelle che preferivo. Il resto è frutto di sudore e ancora sudore. Triestina, Avellino, Genoa e Nazionale. Poi un boss si pente e sostiene che ero a sua disposizione da sempre"

Cosa c’è che non torna?

"Tutto. Spiega al magistrato che sono uno di loro per via di uno zio affiliato. Beh, quello è un parente acquisito: non ho rapporti con lui da quando ero ragazzino. C’è di più. Secondo questo boss sarebbero venuti a Trieste per farmi alterare una gara, ma siccome contavo zero allora è saltato tutto. Ho chiesto al mio avvocato: non c’è nessuna traccia del presunto viaggio. Solo parole. Ma questa dichiarazione è un autogol. Perché io a gennaio 2012 passo all’Avellino. Sarei uno del clan, giusto? E invece nessuno mi cerca. Vengono a Trieste, ma quando sono a un tiro di schioppo da Napoli, niente. E mica per qualche mese: passano oltre due anni prima di arrivare ai due presunti illeciti"

Maggio 2014, contro Modena e Reggina. Cosa ricorda di quei giorni?

"Aspetti, prima le dico un’altra cosa: i fratelli Accurso sono accusati di omicidi e spaccio di droga. La polizia li teneva sotto controllo: mai, dico mai, c’è un contatto con me. Eppure secondo le carte che ho letto, ero un “fratello”. Non solo, quando organizzano la combine si affidano a Pini, con qualche trascorso nell’Avellino vecchio di 10 anni"

Lei conosceva Pini?

"Certo, come molti calciatori dell’Avellino: aveva un negozio di oreficeria. Compravamo diverse cose. In ogni caso, lui aggancia Millesi"

A lei come ci si arriva?

"Pini mi chiama una sera: “Mi raggiungi in questo ristorante?”. Stavo trattando un orologio e ci vado. Trovo Millesi che mi fa uno scherzo e altre persone, compresa una ragazza. Resto lì 20 minuti. Ho scoperto leggendo che c’era Accurso"

Secondo la Dda avete pianificato la combine col Modena?

"Le sembra credibile che un boss punti 400 mila euro per vincerne 45 mila? E Millesi accetta di restituire i 400 mila se le cose vanno male? Una scommessa sul Modena che doveva fare un gol con qualunque risultato. E quella gara io non l’ho giocata. Mi ero fatto male in settimana e durante il riscaldamento era tornato il dolore. Finisco in panchina. Ora mi segua: il boss vede la gara da un centro scommesse, si è fatto prestare il telefono da Pini. Primo tempo 0-0. Preoccupato manda messaggi a Millesi per risolvere il problema. Millesi, in panchina come me, incrocia Peccarisi che ritorna dagli spogliatoi e lo convince per 15 mila euro a far segnare il Modena. Le immagini Sky testimoniano tutto questo"

Sta scherzando?

"No, sono le accuse di Pini e Accurso. Peccato che dalle immagini Sky si vede come per tutto l’intervallo Millesi, io e gli altri della panchina stiamo in campo a riscaldarci. Non solo, il telefono da cui sono partiti i messaggi non c’è più. Pini ha detto al magistrato di averlo venduto, ma non si ricorda a chi…".

E altre prove?

"Niente, solo parole e parole. Tutti quelli chiamati in ballo hanno smentito. La seconda combine era la nostra vittoria contro la Reggina, che già retrocessa mandò la Primavera. Basta controllare il tabellino. Io sono finito in tribuna, non ho più giocato fino alla fine del campionato per l’infortunio"

Ma allora perché Accurso e Pini fanno il suo nome?

"Me lo sono chiesto mille volte. Una risposta l’ho trovata in fondo all’interrogatorio di Pini. Dice: “Quando vedo Izzo e Millesi giocare in A, beh mi girano”. Ecco, lui non ha fatto carriera. Forse significa qualcosa"

Sarà a Roma a seguire il processo?

"Sì, c’è in ballo la mia vita e quella della mia famiglia. Ho due bimbe piccole. Il c.t. Ventura mi ha preso da parte durante l’ultimo stage: “Armando se non stai sereno poi si vede in campo. Per noi sei importante: siamo convinti che ne uscirai pulito”. Sono state belle quelle parole, ma starò sereno quando i giudici diranno che non ho fatto nulla. Così tornerò a essere un ignorante onesto. Certo, mio padre lo sa già".