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Il valore di mercato di Arthur, 24 anni tra poco più di un mese, non è di 70 milioni, quanto probabilmente lo metterà a bilancio la Juve (ma potrebbe anche andare oltre questa cifra). Così come non è di 60 milioni l’equa valutazione di Pjanic, che i bianconeri hanno spedito al Barcellona: è più affidabile e più vecchio del brasiliano, comunque non può costare tanto. A maggior ragione con le difficoltà economiche post-coronavirus. Si tratta di un’operazione che, oltre ad avere risvolti tecnici, ha anche (o forse soprattutto) un importante aspetto finanziario: sono le benedette, maledette plusvalenze. Ma l’acquisto di Arthur a queste cifre è, per la Juve, un rischio enorme.

Per giustificare un investimento del genere, unito a uno stipendio da top player (5,5 milioni a stagione per 5 anni), Arthur deve diventare un campione, un punto fermo nella Juve del futuro. Se dovesse fallire o avere comunque un rendimento al di sotto delle attese - come capitato ad esempio a Rabiot - il club bianconero resterebbe prigioniero di quella valutazione e di quell’ingaggio. Perché se oggi Agnelli può pensare di sbarazzarsi di Rabiot - preso a parametro zero - a una cifra anche modesta, basta che se ne vada, non potrebbe comportarsi allo stesso modo con Arthur. Tra un anno, ad esempio, lo dovrebbe vendere almeno a 60 milioni per evitare una minusvalenza. Ma chi scommetterebbe una cifra così elevata per un giocatore che ha deluso la Juve e guadagna 5,5 milioni netti? Perciò è fondamentale che il brasiliano si prenda la Juve, come non è riuscito a fare con il Barcellona.
Il gioco delle plusvalenze è pericoloso, un circolo vizioso che avviluppa le finanze e i bilanci. Tanti nostri grandi club ne sono rimasti prigionieri qualche tempo fa, la sensazione è che troppe società - non solo italiane - possano caderci di nuovo. Perché Arthur non vale 70 milioni e Pjanic non ne vale 60.

@steagresti