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Champions addio. Tanto per cambiare. Serataccia davanti alla televisione senza neppure il provvidenziale medicamento dello sfogo urlato per educazione verso i vicini del condominio. Tra una sigaretta e l’altra, in attesa che accada ciò che non può succedere, le immagini del presente si accavallano a quelle di un passato che ancora oggi brucia e fa male malgrado siano trascorsi trent’anni. Le similitudini, se non proprio la sovrapposizione, sono inevitabili.

E’ la sera 19 aprile e la Juventus di Gigi Maifredi ospita il Barcellona per dare un senso europeo alla sua fallimentare stagione in campionato. Per riuscirci dovrebbe vincere con due gol di scarto sui catalani. Occorrerebbe l’impresa, insomma. Nel secondo tempo, sono trascorsi quindici minuti, Roberto Baggio calcia una punizione a modo suo, cioè divina. E’ il gol che permette ai bianconeri di sperare e al popolo juventino, scatenato sugli spalti, di sognare. Mezz’ora da Forte Apache con Baggio ispirato come mai dentro ed eroico fuori. Non servirà, purtroppo, e alla fine il  “divin codino” stramazzerà in ginocchio da solo a centrocampo sfinito e deluso con tutto il  pubblico in piedi ad applaudirlo. La partita più bella della stagione giocata da una Juventus strampalata era finita malamente. Eppure tutti i giocatori avevano ricevuto l’onore delle armi anche da parte degli avversari.

Ciò che non è avvenuto ieri notte perché, contro il Lione del “cholista” Garcia, la squadra di Maurizio Sarri non ha saputo meritarsi neppure il tributo che spetta di diritto a coloro che, pure sconfitti, escono a testa alta e con la consapevolezza di aver dato in campo tutto ciò che possedevano mentalmente e fisicamente. Lo stesso Cristiano Ronaldo, unico mattatore che ha tentato di trascinare i compagni andando a fare talvolta anche il difensore, non è riuscito a infiammare i cuori come aveva fatto Baggio quella sera. Identico finale di stagione, dunque, partorito da un inizio che ha molti punti in comune con quello del passato.
La Juventus di Maifredi non aveva vinto un bel nulla. Quella di Sarri ha conquistato uno scudetto che, seppure risicato e rosicato, si propone come unico distinguo tra le due situazioni. Anche allora la nuova dirigenza bianconera aveva deciso di rivoluzionare gli schemi vincenti del trapattonismo prima e quelli di Zoff successivamente affidandosi alla filosofia tutta spettacolo e champagne del tecnico che veniva considerato il nuovo profeta del calcio. Un poco ciò che è accaduto nuovamente con l’ingaggio di Maurizio Sarri il cui pensiero strategico e tattico avrebbe dovuto fare della Juventus un godimento celestiale. Evidentemente ceri cambi di rotta ideologici non portano bene alla società bianconera come insegnano le esperienze fatte con Maifredi, Delneri e ora con Sarri. Ieri sera aver rimpianto il gioco forse sparagnino ma realista di Allegri è stato fatale.

E adesso? Sarri, da buon professionista, ieri sera ha invocato la forza burocratica del contratto. Ma anche lui, al di là delle parole, era consapevole del fatto che si trattava soltanto di un pezzo di carta il quale nel calcio conta meno di zero. E così è stato, con l'esonero ufficializzato oggi. Però che a pagare il prezzo ad una stagione perlomeno bislacca sia soltanto il tecnico toscano non è affatto giusto. Agnelli, il presidente, ha detto che la dirigenza è intoccabile. Eppure fu proprio Nedved a obbligare Andrea a licenziare Allegri, così come fu Paratici a spingere per il congedo di Marotta e un mercato a dir poco fantasioso. Agnelli dovrà tenerne conto e possibilmente agire di conseguenza.

Così come dovrà fare per indicare e ingaggiare un nuovo allenatore. I nomi vengono già  fatti. Quello di Pochettino che ha vinto manco una Coppa del Nonno. Quello di Paulo Sousa che, dopo un avvio brillante, si è smarrito nella nebbia. Quello di Zinedine Zidane che caratterialmente non sembra essere il massimo. Quello di Simone Inzaghi che per Lotito è un totem inavvicinabile. Infine anche quello di Gasperini il quale, abilissimo con i giovani, ha mai lavorato per davvero con i mostri sacri. La scelta non sarà facile, ma nevralgica. La Juventus del dopo Maifredi venne azzerata da Gianni Agnelli che, per tornare a vincere, richiamò Boniperti e Trapattoni. Ci mediti ben sopra Andrea Agnelli.