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Sei partite e il destino della Champions League in venticinque giorni, sono il motivo che ha fatto assemblare la Juve così: due giocatori ogni mestiere, per cambiarsi d’abito e non sfigurare. Dal top player ai top cambi: se non puoi permetterti Van Persie (Marotta dixit), Lucio, Caceres, Isla, Asamoah, Pogba, Giovinco e Bendtner sono più di una consolazione. E se non puoi assumere un fenomeno, puoi cercare di tenere alto il livello medio della squadra. Antonio Conte ha pianificato di conseguenza, se nelle settimane d’ingorgo, tra Champions e infrasettimanali di campionato, ha cambiato quattro giocatori a partita. L’agenda prevede questo anche stavolta, con i primi dieci giorni già tracciati: squadra tosta a Pescara, robusto turnover con la Lazio, poi il gran duello con il Chelsea. Cioè «la partita più importante della stagione», ammette Leonardo Bonucci. 

C’è da aspettarsi ogni volta una Juve diversa, giustamente, anche se poi non sempre le squadre sono fatte miscelando gli uomini e dosando le energie. Basta prendere la telemetria delle sfide giocate fin qui, nelle settimane con traffico da orario di punta: a volte il turnover pare penicillina, altre neppure c’è l’effetto placebo. Partitone con la Roma, cambiandone cinque rispetto alla gara precedente, brutta sconfitta con l’Inter, quando le forze fresche erano invece sette. Sul velluto mercoledì sera contro il Nordsjaelland, con appena due cambi rispetto a sabato, maluccio a Copenaghen, quando le facce nuove erano il doppio. Nel pentolone ci vanno anche concentrazione, cattiveria, fame, altri ingredienti, insomma: «E stavolta erano quelli giusti - raccontava Gigi Buffon dopo la vittoria sui danesi - quelli che conosciamo bene. E che si erano un pochino assopiti. Anche se non abbiamo giocato contro una squadra dal blasone eccelso, la partita l’abbiamo fatta con quegli ingredienti».  

Bastava solo riprenderli dalla credenza: «La partita ha dimostrato che tenere testa alla Juve è dura, ed è stata una risposta importante a noi stessi». Del resto, l’aveva fatto notare lo stesso Buffon, subito dopo l’Inter: «Se rispetto all’anno scorso abbiamo perso un venti per cento di fame, ne abbiamo acquistato un altro venti in convinzione e sicurezza». A volte i conti non tornano lo stesso. Questione di testa. Aveva riassunto il concetto Conte, il giorno dopo la sconfitta, nella caserma di Vinovo: l’Inter ha vinto perché ha avuto più fame. Postilla: ma se giochiamo come sappiamo, nessuno è meglio di noi. Il tecnico fu chiaro fin dall’inizio della sua avventura: «I moduli sono solo numeri, conta come li metti sul campo, e la concentrazione con cui fai le cose».  

Nella squadra ideale, i moduli sarebbero solo targhe e il fatturato più o meno costante, da levare i nomi dalla schiena delle maglie, come gli Yankees. Troppo famosi per non essere riconosciuti, ma pure una forma che si fa sostanza: prima del cognome c’è il nome della squadra. Conte fece una delle sue magie proprio così: cambiando uomini (otto!) e assetto, dal 4-3-3 al 3-5-2. Era lo scorso febbraio e la Juve andò a San Siro, per la semifinale con il Milan, con un centrocampo mai visto: Caceres, Padoin, Pirlo, Giaccherini, Estigarribia. Vinse 2-1: più che spensierato, calcolato. Proprio come servirebbe ora.