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E’ tutto racchiuso in poche ore: alle cinque della sera, l’Atalanta batte la Juve sul campo e mette a forte rischio la partecipazione dei bianconeri alla prossima Champions; a mezzanotte, Agnelli annuncia che il suo club fa parte della Superlega alla quale i bergamaschi non sono ammessi né invitati. Ho perso? E chissenefrega. Un atto prepotente, arrogante, quasi dittatoriale: tu mi sconfiggi perché sei più abile, io ti faccio fuori dal calcio che conta perché sono più potente.

No, questo non è sport. L’Atalanta ne diventa l’emblema. Ha capacità imprenditoriali e conoscenze tecniche straordinarie, che le consentono di rimanere ai vertici del calcio italiano e internazionale a dispetto di un fatturato infinitesimale rispetto a gran parte della concorrenza. Però rappresenta una città piccola, con una tifoseria poco numerosa ancorché appassionata. E allora non deve trovare spazio nel calcio dei ricchi, nel quale entrano la settima e la nona della Premier League, mentre restano fuori la terza e la quarta.
Agnelli, del resto, ha avvertito Percassi oltre un anno fa. Cosa ci fa l’Atalanta in Champions?, si è più o meno chiesto il presidente della Juve, scatenando le reazioni indignate di chi ama il calcio, la competizione, il merito. Ora dalle minacce si è passati ai fatti: Bergamo - come Napoli e Roma, Firenze e Bologna - non ha diritto di sognare, nemmeno se sarà così brava da battere gli avversari più ricchi. Non conta vincere. E, soprattutto, non conta perdere. Non se ti chiami Atalanta. Oppure Juve.

@steagresti