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  • Juve:| Festa interrotta

    Juve:| Festa interrotta

    La Juve ha perso i due punti ma ha mantenuto la faccia. L'1-1 con il Bologna pesa sulla classifica che i bianconeri contavano di non sporcare alla terza partita tuttavia la gente ha sfollato applaudendo una squadra che con un uomo in meno ha dominato il secondo tempo, mettendoci ardore agonistico ma anche la lucidità di non rinunciare al gioco. L'atteggiamento è piaciuto, l'interpretazione va migliorata: c'è comunque un filo di cambiamento che non è stato interrotto. E' stato un match caotico, legato a episodi che hanno visto in prima fila Gava, arbitro gianconigliesco, contro il quale il Bologna recrimina per il gol di Vucinic nato da una punizione a sorpresa di Pirlo con palla in movimento e con gli emiliani in attesa del fischio e le spalle girate agli avversari (comunque una dabbenaggine). Gava mostra il fischietto ma davanti alla furbata dell'ex milanista lo nasconde. Così come in seguito cercherà di mascherare l'ammonizione di Vucinic per un fallo a centrocampo qundo si accorge che avebbe dovuto espellerlo per doppio «giallo»: come poi fa per evitare la completa figuraccia.


    A parte le gravi incertezze di un arbitro che non ha soddisfatto nessuno, fino alla furbata di Pirlo, la Juve aveva fatto troppo poco. Se il gioco privilegia il palleggio, il palleggio deve essere il più perfetto possibile: non lo era. Tocchi fuori misura, appoggi fuori tempo. Pirlo, una delle massime autorità in materia, era coinvolto nei pastrocchi con il rischio che il Bologna, aggressivo a centrocampo, ripartisse in contropiede con la Juve sbilanciata. I danni erano contenutissimi in difesa. Quest'anno c'è un meccanismo di copertura reciproca che funziona: davanti a Buffon c'è quasi sempre un uomo che va a chiudere con un buon vantaggio sull'avversario che sfugge. Di fatto gli emiliani se la cavavano con un paio di tiri dalla distanza.

    La Juve si impantanava però nella costruzione. Tranne un tiro a lato di Del Piero al 1' non c'era azione che portasse palle gol: e per forza, se le triangolazioni avevano l'imprecisione di un Rolex taroccato. Krasic probabilmente è consapevole di giocarsi la stima di Conte e il posto. Se Elia emergerà dall'antro in cui finora è stato nascosto e se Pepe resta l'uomo di lotta e di governo che se la sfanga sempre (con i suoi limiti, è chiaro) per il biondo kosovaro gli spazi si stringeranno in fessure. Di qui la sua voglia di fare cose importanti con le giocate sbagliate. Krasic cercava il fondocampo, trascinandosi la palla oltre la linea ed erano azioni sfumate: un lusso che la Juve non si poteva permettere contro un avversario che non concedeva nulla.

    Del Piero e Vucinic non avevano palloni in area, per quasi mezz'ora Gillet non si sporcava i pugni. Soltanto dopo il vantaggio, di cui si è detto, i bianconeri imbucavano le strade giuste (e Vucinic la buca sbagliata per infilarci il piede rischiando la caviglia). Del Piero inventava un diagonale a giro che cadeva a tre spanne dal palo, Gillet respingeva una botta forte di Krasic. Sembrava un match in discesa, invece si complicava per l'inutile entrata di Vucinic su Morleo: un fallo netto in scivolata a centrocampo, pur sapendo di essere già stato ammonito. Una scemenza. La concessione di un uomo in più per tutta la ripresa era un bel favore per il Bologna. Ma i favori più evidenti erano altri: al 5' il mancato raddoppio di Krasic che da pochi passi mandava il diagonale a lisciare il palo e al 6' la colpevole leggerezza di De Ceglie che nell'area juventina lasciava la palla ad Acquafresca. Il tiro dell'ex cagliaritano era respinto in angolo da Buffon ma sul corner Chiellini restava ancorato al terreno e Portanova gli saltava sulla testa, per il gol del pareggio.

    Tre errori in due minuti. Una condanna che la Juve cercava di scansare giocando finalmente a 100 all'ora. In dieci e con Matri di punta l'offensiva aveva una bella corposità sconosciuta fino a quel momento. Pirlo cresceva nell'ispirazione, Marchisio nell'intensità. Il Bologna si faceva schiacciare e la sua partita diventava un ricaccio senza troppe ambizioni di contropiede. Quasi sempre i rossoblù (in maglia celestina, senza una vera esigenza cromatica) mandavano la palla in zone vuote per spezzare la carica juventina. Pirlo da trenta metri e Barzagli di testa su calcio d'angolo obbligavano Gillet (poi infortunatosi sull'ultima azione) a due interventi spettacolari. Conte sceglieva cambi coraggiosi, rinunciando nel finale a un difensore puro per mettere Vidal terzino. Non cambiava il risultato, la stima per la nuova Juve cresceva un po'.


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