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Si chiamava Edoardo. Proprio come il nipote che non potè conoscere perché, tanti anni prima, morì decapitato dalle pale di un piccolo aereo da turismo sul quale, da Forte dei Marmi, aveva raggiunto Genova. Sulla spiaggia della Versilia a fargli “ciao” con le manine aperte erano schierati i suoi sette figli, tutti vestiti alla marinara. Uno di loro, Giovanni detto Gianni per poi diventare pubblicamente “L’Avvocato”, in seguito battezzò il suo primo figlio maschio proprio con il nome del padre. Un nome, quello di Edoardo, probabilmente inviso alla buona sorte e indifferente alle buone stelle. Anche lui, il giovane erede “mai designato” alla successione, lasciò questo mondo troppo presto e in maniera tragica inseguito da una coda di pettegolezzi e di infamità assolutamente fuori luogo. Ma questa è un’altra storia.

Una delle tante storie che, come una matrioska russa, contribuiscono a comporre il puzzle di una dinastia squisitamente sabauda che da un secolo significa tantissimo anche per la storia del calcio non solo italiano. Il pokerissimo sceso sul tavolo del campionato dalla strepitosa Juventus dei nostri giorni va, infatti, a fare il paio con un quinquennio bianconero lontano nel tempo ma non per questo meno memorabile. Furono infatti cinque gli scudetti infilati uno dietro l’altro nel rosario del successo dalla squadra bianconera che, dal 1930 al 1935, spazzò via ogni tipo di concorrenza sportiva grazie alle gesta di giocatori come Orsi, Combi, Rosetta, Caligaris diretti in panchina da Carcano. Il presidente di quella “fabbrica dei sogni” era Edoardo Agnelli. Forse anche per questo il “secondo” Edoardo aveva in animo di poter replicare la storia in prima persona. E il fatto di trovare davanti a sé una porta sbarrata rappresentò una delle tante piccole delusioni con le quali venne infarcito il Grande Dolore provocato da un’esclusione molto più importante: il diritto di esercitare la sua primogenitura negli affari della Famiglia. Ma anche questa è un’altra storia. E se mai vi andasse di approfondirla sfacciatamente vi propongo di leggere il libro che scrissi qualche anno fa (“Edoardo senza corona… senza scorta”) che tanto irritò gli Elkann.

Si chiama Andrea. Un nome che i francesi amano scegliere per battezzare le figlie femmine. Declinabile alla perfezione, quindi, con quello della Juventus della quale l’ultimo depositario del cognome Agnelli è presidente. Cinque scudetti anche per lui. Proprio come l’epopea aperta e chiusa dal nonno mai conosciuto. L’ultimo tricolore, quello conquistato “negli spogliatoi di Vinovo” domenica pomeriggio, dovrebbe per diritto chiamarsi Andrea. Esattamente come il giovane uomo che, forse, nessuno si aspettava per tempra e per qualità ora accertate.

Molto soft e persino distratta era l’attenzione complessiva del mondo manageriale per il figlio di Umberto Agnelli. Lui, più che altro, era il fratello (orribile parola “fratellastro”) di Giovanni Alberto il quale era stato indicato dallo zio Gianni come il punto di riferimento insostituibile per la gestione totale del futuro imprenditoriale e non del clan. Andrea era consapevole della scelta e il fatto di dover vivere la dinastia “sotto traccia” non gli provocava alcun imbarazzo. Anzi, era molto affezionato a Giovannino e la sua scomparsa, quella sì, lo traumatizzò non poco. In ogni caso la condizione di “vicerè” non era una novità per la linea umbertina della Famiglia avendola già dovuta sperimentare suo padre all’ombra dell’Avvocato. Ma proprio la morte del babbo Umberto e il passaggio delle consegne destinato agli Elkann fecero scattare in Andrea la molla dell’orgoglio e il senso dell’appartenenza costruttiva e non solo formale in virtù del cognome che portava. Fu così che l’ex ragazzo laureato alla Bocconi e impiegato alla Philips Morris per il quale qualcuno aveva già scritto una storia da “Agnelli di serie B” come nella favola del brutto anatroccolo si trasforma in cigno. Un cigno bianconero.

In questi cinque anni di trionfo juventino c’è tantissimo di Andrea. Della persona e del manager. L’Andrea imprenditore è la sintesi di un “potere illuminato” capace di governare e di dirigere senza l’ausilio dell’arroganza e della prepotenza, semmai usando la qualità (innata) del saper scegliere i collaboratori giusti e quella del progettare senza far troppo chiasso o vendere sogni irrealizzabili tessuti con il fumo. Tutto ciò, possibilmente, non lasciando cadaveri o spazzatura dietro le spalle. Una rivisitazione più moderna e meno cinica, insomma, degli insegnamenti che Andrea ha ricevuto dal suo mentore Antonio Giraudo. L’Andrea uomo, poi. Quello che non si sforza di essere simpatico e piacione a tutti i costi (“Barzellette e facezie le riservo per le cene in pizzeria con gli amici” ama dire), ma che non perde mai di vista gli aspetti più importanti dell’esistenza quotidiana: l’onestà intellettuale, il confronto liberale nei rapporti interpersonali, il dovere della correttezza e il diritto di farsi gli affari proprii a livello privato. Eppoi il senso consapevole delle radici e della tradizione: mai via da Torino e mai una Juventus senza un Agnelli. Il tutto condito con quel pizzico di sana ironia e anche di autoironia indispensabile per non essere un personaggio ingessato. Il perfetto mix, insomma, tra il padre Umberto e lo zio Gianni. L’Agnelli che, forse, nessuno si aspettava. O che qualcuno non voleva.