Non c’era bisogno di aspettare Roma per constatare che la Juve aveva vinto il suo settimo scudetto coinsecutivo. Erano bastati, otto giorni fa, la vittoria in casa con il Bologna e il pareggio del Torino a Napoli per comprendere che la differenza non sarebbe stata umanamente colmabile.

Anche in caso di arrivo a pari punti, la Juve aveva una differenza reti mostruosamente superiore. Perciò, senza badare alle ipocrisie statistiche o al galateo regolamentare, avevo parlato di scudetto assegnato e di successo meritato, tirando le somme di un campionato avvincente come quasi mai negli ultimi anni.

​Novantadue punti (che diventeranno 95 sabato prossimo alle 15 con il Verona in casa) non si fanno rubando, come pensano i napoletani più oltranzisti e masaniello Aurelio De Laurentiis, sempre più scollegato dalla realtà, quando parla di otto punti sottratti alla sua squadra.

Forse dovrebbe ricordare come il Napoli fece risultato a Crotone o con il Bologna in casa, tenendo sempre presente che questo era il primo anno del Var, la moviola in campo che ha ridotto gli errori accertati per più del novanta per cento.

Ve lo immaginate che cosa si sarebbe detto e scritto nel caso in cui, proprio con l’avvento della tecnologia che ha corretto o modificato decine di sbagli arbitrali, lo scudetto l’avesse vinto una squadra diversa dalla Juve?

Solo De Laurentiis e Lotito (che però in parte ha ragione) possono obiettare sull’efficacia del Var.

Certo, il Var non è la tecnologia applicata al gol non gol. In quel caso agisce una macchina. Il Var è ancora rivisitato dagli uomini. Loro possono sbagliare, non l’immagine che documenta qualsiasi fatto in maniera inoppugnabile.

Nessuno ha sottratto punti al Napoli. Casomai un arbitro (Orsato) non ha comminato un’espulsione a Pjanic in Inter-Juventus, quando il risultato era sull’1-1. Purtroppo per l’agguerrito sprint, però, il giorno successivo il Napoli, che sarebbe potuto rimanere ad un punto dalla Juve, ha perso 3-0 a Firenze.

I punti di distacco sono tornati ad essere quattro come quelli che presumibilmente divideranno alla fine le due contendenti. A meno che il Crotone di Zenga, assetato di punti, non vada a fare risultato al San Paolo.
Comunque sia, la Juve ha vinto. Non è la squadra più forte, ma ha gli uomini migliori.

La differenza non è di lana caprina. Il Napoli ha giocato di più e meglio (andando a vincere a Torino), ma i bianconeri hanno una rosa che nessun altro può permettersi. E mentre Sarri non ha potuto (e voluto) alternare i giocatori, la Juve ne ha addirittura tratto giovamento. Douglas Costa non è partito titolare, lo è diventato imponendosi come giocatore decisivo tra gol e, soprattutto, assist.

La partita del punto aritmetico (lo 0-0 dell’Olimpico) non è stata molto diversa dalle solite della Juve. Se, quasi sempre, la Juve, una volta passata in vantaggio, si limitava a gestire e a controllare, contro la Roma ha fatto solo quello, facendo capire a tutti, anche agli avversari, che cercava il pareggio senza gol, risultato assai gradito pure alla Roma, già qualificata per la Champions e solo “preoccupata” di arrivare al terzo posto.

Tuttavia se qualcuno, per puro caso, avesse segnato, la situazione sarebbe probabilmente tornata subito in equilibrio. L’azzardo di questa mia affermazione trova conforto nell’analisi degli ultimi 25 miunuti di partita, cioé dall’espulsione di Nainggolan (doppio giallo, il secondo per fallo su Dybala) in avanti. 

Anziché affondare o, comunque, cercare il gol, la Juve si è impegnata in uno stolido possesso palla di durata infinita (sei minuti per far entrare i sostituti perché la palla non usciva mai), con la Roma abbassata a difesa, neanche un po’ affannosa, dello 0-0. 

Ma i portieri, il romanista Alisson e il fischiatissimo ex Szczesny, non hanno dovuto fare un intervento nemmeno prima. Né dall’inizio all’intervallo (due tiri alti e sull’esterno della rete della Roma; uno fuori di Dybala per la Juve), né nella ripresa. 

Un gol, per la verità, c’è stato (Dybala al terzo del secondo tempo), ma l’arbitro Tagliavento ha annullato su pronta segnalazione dell’assistente. Il fuorigioco c’era, ma aver alzato la bandiera senza far finire l’azione ha tolto anche la preoccupaziuone di andare a rivedere il tutto al Var. 

Insomma, nessuno voleva fastidi. Né le due squadre in campo, né Tagliavento giunto all’ultima direzione della carriera (e abbracciato da Allegri in mezzo al campo a fine gara), forse nemmeno il pubblico accorso numeroso, ma preparato. Non è vero che Roma-Juve non è mai una partita come le altre. A volte, come questa, può diventarlo seminando noia e sbadigli.

Anche nel calcio, non solo in politica, c’è la realpolitik e inchinarsi ad essa non è peccato.