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Durante la presentazione ufficiale a Vinovo Beppe Marotta, nuovo direttore generale della Juventus, ha dichiarato di credere molto nel 'Made in Italy' e di voler una squadra quanto più possibile italiana. Ben venga in un mondo, quello pallonaro, che negli ultimi anni s'è tappezzato sempre più di stranieri in ogni Paese. Basti pensare che l'italianissima Inter, neo-campione d'Europa e campione al cubo, ha in rosa soltanto cinque italiani: Toldo, Orlandoni, Santon, Materazzi e Balotelli. E, durante la finalissima contro il Bayern Monaco (e non solo, ndr), Materazzi è entrato a due minuti dalla fine, giusto per timbrare il cartellino. Altrimenti la vittoria sarebbe stata totalmente 'Internazionale' e nessuno si sarebbe accorto che i nerazzurri sono una formazione italiana. Ma ormai non è più una novità. Sia nel nostro Paese che in altri campionati. Gli stranieri la fanno da padrone e i ragazzi hanno sempre più difficoltà ad emergere. Beppe Marotta è un toccasana per il calcio italiano e per i calciatori nostrani. E soprattutto lo sarà per la Juventus e l'immediato futuro. Da quando il dirigente varesino è arrivato a Genova ben otto anni fa, in seno ai doriani ci sono sempre stati pochissimi stranieri in rosa. E quest'anno, nella stagione della storica qualificazione in Champions League, la Samp ha giocato con soltanto quattro giocatori non italiani in rosa: Ziegler, Padalino, Tissone e Scepovic. Il progetto Marotta si sposa perfettamente con quello bianconero, che da anni crede nei giovani nazionali e li lancia in prima squadra. Paro, De Ceglie, Marchisio e Giovinco insegnano. Ma si sposa perfettamente anche con quello della Fifa e di Michel Platini. Il presidente Uefa sta provando da due anni a difendere l'idea del 6+5 lanciato dalla Federazione internazionale, mirato a valorizzare la nazionalità dei calciatori dei vari club: sei giocatori in campo della nazione d'origine del club, cinque gli stranieri. Sarebbe un sogno per i nostri ragazzi. Tornare a sperare di emergere in un calcio, quello odierno, sempre più mirato a comprare giocatori all'estero, piuttosto che crescerli, coltivarli e valorizzarli. In questo senso anche i settori giovanili hanno perso la bussola. La maggior parte delle 'big' preferisce andare a mettere il naso fuori dai propri confini piuttosto che guardare in casa propria, salvo poi vantarsi in caso di vittoria. Avere diversi milioni a disposizione per mettere su un settore giovanile di un certo livello zeppo di stranieri può essere motivo di vanto? E' come sparare sulla croce rossa: pochi se lo possono permettere, molti restano a guardare e sprofondano sempre più nell'anonimato. E' triste. Molto triste. Una volta il settore giovanile italiano era una continua fucina di talenti. Ora si cercano gli Arnautovic, gli Jovetic, i Pato. Niente da dire. Grandissimi campioni, dal fulgido futuro. Ma i nostri ragazzi? Non possono restare a guardare i sogni degli altri realizzarsi. I sogni sono la benzina della vita. Senza quelli si vive soltanto per vegetare. Ben vengano i Marotta e il made in Italy.