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“Certo che quando la sfortuna ci si mette di mezzo non c’è niente da fare.

Ho fatto il coglione fino a poco tempo fa, prendendo poco sul serio il mio mestiere di calciatore. Birra e vodka, notti nei locali sempre alla ricerca di un qualche gruppo rock da ascoltare e magari con la compagnia di una bella ragazza.

Pensavo che non fosse così importante allenarsi duramente, rispettare orari e disciplina e fare quella noiosissima vita da atleta che fanno praticamente tutti i miei compagni.

Ero talmente bravo che pensavo che il mio talento mi sarebbe bastato.

D’altronde quando agli Europei Under-19 che si giocarono in Cecoslovacchia tre anni fa dimostri come ho fatto io di essere uno dei più forti diciottenni in circolazione viene facile pensare che sarà tutto in discesa.

Alla fine del torneo premiarono un giovane inglese di nome Trevor Francis come miglior giocatore del torneo … e ci fu una mezza sommossa in quanto la maggior parte dei tifosi cechi era convinta che dovessi essere io il destinatario di quel riconoscimento.

Qualcuno iniziò a chiamarmi il nuovo “Streltsov” ovvero il più forte attaccante che si sia mai visto da queste parti.

Beh, anche a lui “vivere” piaceva parecchio !

Io spero solo di avere un po’ più di fortuna di lui visto che passò gli anni migliori della sua carriera in un gulag …

Quando tornai a casa con la mia Dynamo facevo tanti gol e giocavo alla grande.

Arrivai in Nazionale l’anno dopo, nel 1972 e quell’amichevole con la Bulgaria sembrava solo l’inizio di una serie interminabile di partite insieme ai giocatori più bravi del mio Paese.

C’erano già Onyscenko, Khurtsilava, Kon’kov e sulla scena stavano arrivando giovanotti più o meno della mia età come Blokhin e Buryak.

Poi qualcosa cambiò.

Allenarmi diventava sempre più pesante e uscire la sera sempre più divertente.

Le mie prestazioni calarono di livello.

Come era normale che fosse.

Me lo dicevano in tanti.

I miei compagni di squadra, i dirigenti e gli amici di sempre.

«Sposati Anatoli e vedrai che le responsabilità ti aiuteranno a metterti tranquillo».

Avevano ragione.

Mi sono sposato e lo scorso anno, il 1973, sono tornato finalmente a giocare ai miei livelli, a quelli a cui avevo abituato i tifosi della Dynamo e soprattutto me stesso.

Mancavano tre partite alla fine del campionato. Eravamo terzi in classifica e io ero in testa alla classifica dei marcatori.

Giocavamo contro il Dnepr e avevo già segnato due gol.

A pochi pochi minuti alla fine mi si presentò l’occasione per segnare il terzo.

Sul pallone arriviamo insieme io e Sergey Sobetsky, il portiere della squadra ucraina.

Solo che io ci ho messo la gamba.

Lui tutto il corpo.

Rottura del legamento crociato.

Il peggio che possa capitare ad un calciatore.

«Proprio adesso maledizione !»

Me lo ripetevo tutti i giorni.

Adesso che tutto sembrava finalmente andare per il verso giusto.

Adesso che ero tornato in Nazionale, che avevo ricominciato a segnare tanti gol.

I medici dicevano che non sarei più tornato a giocare.

Qualcuno addirittura che sarei rimasto zoppo per il resto della mia vita.

Invece meno di dieci mesi dopo ero ancora in campo.

E’ stato nell’agosto di quest’anno.

Fui accolto come un eroe, come un reduce di guerra che era stato dato per morto.

Non ci credeva nessuno che potessi tornare e soprattutto così in fretta.

Ho giocato una delle migliori partite della mia vita.

Sembrava avessi smesso di giocare la settimana precedente, non nell’ottobre dell’anno prima.

Ero felice.

“Time is on my side” cantavano i miei adorati Rolling Stones.

E io adesso ne sono assolutamente convinto”.



Dopo quella splendida partita contro il Zaria Voroshilovgrad al rientro dal lungo infortunio per Anatoli Kozhemyakin arrivano una serie di partite meno felici.

Il ginocchio gli dà ancora qualche problema e a quel punto l’allenatore della Dynamo Gabriel Kachalin decide di non convocarlo per la partita dell’indomani contro la Torpedo.

“Anatoli, prenditi il fine settimana per recuperare. Ci vediamo agli allenamenti lunedì” sono le parole del suo Mister.

Un sabato sera libero, dopo tanto tempo.

A Mosca suonano i “Mashina Vremeni” (Time Machine) il gruppo rock più popolare del paese e adorato da Anatoli.

Si unisce ad un paio di amici e decide di andare al concerto.

Quando rientra a casa, alle prime ore del mattino, la moglie è su tutte le furie.

Non è il comportamento che si attende da un marito e dal padre di una figlia di pochi mesi.

Si rifiuta di farlo entrare.

Anatoli a questo punto è costretto a chiedere ospitalità ad un amico.

Ci sarà il tempo il giorno dopo di scusarsi con la moglie.

In fondo ormai ha messo la testa a posto e la moglie lo sa.

Una serata un po’ fuori dalla norma non è una tragedia.

E’ la mattina di domenica. Anatoli e l’amico sono pronti per uscire.

L’attaccante della Dynamo andrà a casa, magari facendo una sosta da un fiorista per “addolcire” la moglie.
I due prendono l’ascensore.

Tra il terzo e il quarto piano però l’ascensore improvvisamente si blocca.

Anatoli e l’amico schiacciano il pulsante di emergenza e poi tutti gli altri senza alcun risultato.

Attendono qualche minuto ma poi decidono di agire.

Aprono la porta dell’ascensore e si accorgono che il pavimento del terzo piano è poco sotto di loro.

L’amico scende e poi invita Kozhemyakin a fare altrettanto.

“Non ho poi molta voglia di sporcare i miei jeans !” replica Anatoli, da sempre gelosissimo del suo indumento “occidentale” preferito.

Saranno le ultime parole della sua vita.

Mentre si appresta a calarsi verso il pavimento sottostante l’ascensore riparte.


L’amico racconterà di non aver sentito nulla, né un grido né un lamento.

Anatoli Kozhemyakin, la più grande speranza del calcio sovietico morirà così, schiacciato da un ascensore.

Aveva solo 21 anni.


Erano in molti quelli che dicevano che era più forte di Oleg Blokhin.



ANEDDOTI E CURIOSITA’

Dopo le valanghe di gol segnate nelle giovanili del Lokomotiv Mosca per “Tolya” (questo il suo soprannome) arriva la chiamata della Dynamo Mosca, la squadra dove sta giocando gli ultimi scampoli di una gloriosa carriera Lev Yascine.

Al suo primo allenamento il giovanissimo Anatoli si presenta con il suo stile da “Teddy Boy”. Capelli un po’ più lunghi della norma e soprattutto con i suoi adorati blue jeans.

Lev Yascine lo squadra da capo a piedi per diversi secondi e poi, rivolgendosi ai compagni nello spogliatoio chiede “Per caso qualcuno di voi ha chiamato un idraulico ?”

Sempre Yascine è protagonista in qualche modo dell’esordio di “Tolya” con i colori della squadra del Ministero degli Interni e cara al KGB.

Dopo essere entrato nel finale della partita contro il Torpedo del 2 maggio 1970 quattro giorni dopo Anatoli viene schierato dall’inizio contro il Chernomorets.

Kozhemyakin incanta tutti. Compagni, avversari e osservatori. Non segna (anche se ci va vicinissimo colpendo una traversa) ma la sua tecnica, la sua eleganza e il suo dribbling saltano subito agli occhi dei presenti.

E’ più di un metro e ottanta, è longilineo ed estremamente coordinato.

A fine partita i cronisti si avvicinano a Lev Yascine.

“Lev, ma chi è quel ragazzino che giocava oggi in attacco ? Sembra davvero bravo !”

La risposta del portierone sovietico è già una sentenza.

“Ha tanto talento ma il talento senza il duro lavoro non porta a nulla”.

Nella Nazione Sovietica Under-18 che si presenta agli Europei di categoria in Cecoslovacchia ci sono due formidabili talenti.

Oleg Blokhin e Anatoli Kozhemyakin.

“L’attacco della nostra Nazionale è a posto per i prossimi dieci anni” è la considerazione di giornalisti e appassionati di calcio sovietici.

In quegli Europei però “Tolya” eclissa letteralmente il compagno di squadra, che solo quattro anni dopo conquisterà il Pallone d’oro.

Kozhemyakin sarà il capocannoniere del torneo con sette reti in cinque partite e finirà secondo (non senza polemiche) nella graduatoria del miglior calciatore del torneo dietro all’inglese Trevor Francis, che con la sua Inghilterra vincerà quella edizione.

Ci sarà un gol in particolare che rimarrà nella memoria di chi era presente a quel torneo.

Nella partita contro il Belgio “Tolya” riceve un lungo pallone dalle retrovie.

Lo stoppa di petto, lo fa scivolare sulla coscia, se lo alza e poi spara una bordata da oltre venti metri che s’infila nella porta del numero uno belga.

Tutto in mezzo metro di spazio e senza che il pallone tocchi terra.

L’amore per la musica rock, i bei vestiti, lo champagne, le birre estere (cecoslovacche in particolare) e le serata alternative pongono ben presto Kozhemyakin nel mirino dei dirigenti sovietici.

Non vogliono che diventi un altro Streltsov o un altro Voronin, grandi giocatori ma che a causa delle loro abitudini “Bohémien” hanno visto sprecato gran parte del loro talento.

Ogni partita “storta” viene attribuita al suo stile di vita e al suo calo nelle prestazioni nel 1972 si accompagnano voci di tutti i tipi.

Probabilmente “Tolya” non era diverso da tanti ragazzi della sua età in occidente ma è altrettanto ovvio che le sue “passioni” andassero in rotta di collisione con l’ascetico e rigido mondo dell’Unione Sovietica di allora.

La musica rock era una delle principali attrazioni. Amava in particolare i Led Zeppelin e i Rolling Stones e si racconta che in ogni trasferta all’estero Kolya facesse letteralmente incetta di vinili dei suoi gruppi preferiti.

Fece decisamente notizia quando un giorno si presentò ai compagni di squadra con un completo di Denim, cosa ai tempi più unica che rara in Urss e altrettanto rinomato era il suo apprezzamento per lo champagne anche se sono in tanti, per primi i suoi ex-compagni di squadra  Anatolij Bajdačnyj e Aleksandr Machovikov, a smentire categoricamente che “Tolya” fosse un forte bevitore.

Al termine della prima stagione con la Dynamo arriva il trionfo nella Coppa dell’URSS che dà il diritto ai moscoviti di giocare la Coppa delle Coppe nella stagione 1971-1972.

Sarà una galoppata strepitosa nella quale Kozhemyakin sarà spesso protagonista, anche se non sempre in maniera positiva per il suo club.

Nei quarti di finale per la Dynamo c’è la forte Stella Rossa di Belgrado.

“Tolya” segnerà sia nell’incontro d’andata, vinto per due reti ad una, sia soprattutto il gol del pareggio al “Marakàna” di Belgrado.

In semifinale invece accadrà un episodio davvero particolare che rischiò di compromettere la corsa verso la finale della compagine moscovita.

Durante una mischia in area di rigore della Dynamo un compagno di squadra di Kozhemyakin, Zhukov, cade a terra colpito da un avversario.

Certo di aver udito il fischio dell’arbitro Kozhemyakin prende il pallone in mano per battere il calcio di punizione a favore e far ripartire l’azione.

… solo che non c’è stato nessun fischio arbitrale che invece punisce con un calcio di rigore l’infrazione di Anatoli.

Per fortuna i sovietici, dopo i due pareggi per uno a uno, si riveleranno infallibili dagli undici metri conquistando la finale di Barcellona, che poi perderanno contro i Rangers di Glasgow … con Kozhemyakin assente per infortunio.

Il primo a sapere della morte di Anantoli Kozhemyakin fu proprio Lev Yascine, diventato nel frattempo un importante dirigente della Dynamo.

E’ lui che poche ore dopo si reca al campo dove la Dynamo deve giocare il suo incontro con la Torpedo.

Incontra un giornalista che gli chiede semplicemente come sta.

“Male” risponde l’ormai ex-portiere della Dynamo “oggi sto veramente male” ma senza aggiungere altro.

I primi a saperlo dovranno essere i compagni di squadra di Anatoli.

Hanno appena perso per uno a zero contro la Torpedo e quando Yascine entra nello spogliatoio stanno ancora discutendo animatamente.

Zittisce tutti.

“Una sconfitta a calcio è solo una sciocchezza. Poco fa il vostro compagno “Tolya”, Anatoli Kozhemyakin se n’è andato” prima di scoppiare a piangere.