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Le hanno dato dell’orango, le hanno lanciato banane per dileggiarla, ogni giorno riceve un vagone d’insulti su facebook perché c’è un po’ d’Italia che non riesce proprio a farci pace. Ma Cecile Kyenge, ministro dell’Integrazione e delle Politiche giovanili, risponde con la non violenza, l’ironia, l’impegno. Il passo sembra quello della maratoneta. "A scuola praticavo l’atletica, però la velocità".

E da ragazzina in Congo che altro sport le piaceva?
"Nuotavo. Ora vedo volentieri la pallavolo e naturalmente anche l’atletica"

Campionessa preferita?
"Ammiravo Fiona May e i suoi salti"

E ora?
"C’è una nuotatrice che stimo moltissimo: Miriam Corsini. Nata da mamma mozambicana e da papà italiano, gareggia per il Mozambico senza dimenticare l’orgoglio di sentirsi italiana".

Tifa per qualche squadra di calcio?
"No, solo per la Nazionale".

Non è traumatico scoprire che un po’ del Paese non riesce a sopportare di essere rappresentato da lei? Insomma, come reagire? Ridimensionando o prendendo di petto?
"Sei sei un buon amministratore o un leader politico devi saper riconoscere questo disagio, capirne le cause, trovare gli strumenti giusti e il modo di comunicare per reagire".

E qual è questo modo?
"Il razzismo è aiutato dalla crisi, dalla paura, dall’insicurezza, da un’idea di diversità che non viene presentata mai come ricchezza. La realtà è cambiata in modo velocissimo e la comunicazione non è riuscita a reggere questo ritmo...In fondo a me sta succedendo quello che è accaduto anche con Balotelli".

In che senso?
"Fino a che Balotelli era un giocatore italiano e basta, magari all’estero, lo si è in qualche modo accettato. Poi ha rappresentato l’Italia, giocando in Nazionale, vincendo, segnando. A quel punto qualcuno si è sentito minacciato. Un po’ quello che è accaduto con la nascita del mio Ministero. Tutto sta nella paura della diversità, per questo bisogna saper cambiare anche il modo di comunicarla".

E intanto la stagione calcistica è ricominciata con un giocatore che ha lasciato il campo, stufo dei cori razzisti peraltro in un’amichevole. Finendo pure sotto accusa per "essersi fatto giustizia da solo".
"Il problema di come reagire, in campo e fuori ,è delle istituzioni sportive. Ma chi gioca è sotto stress e non tutti siamo uguali: quando uno è così stressato è difficile dirgli “potevi far questo o quest’altro”".

Ma la nazionale multietnica dai mille colori, il modello della Francia ’98 non è un’illusione? Tre anni dopo quel Mondiale i giovani algerini di Parigi invasero lo stade de France durante Francia-Algeria.
"La nazionale multietnica è inevitabile, naturale, non è che possiamo scegliere le quote... Non si può fermare questo percorso".

Percorso che passa per il famoso ius soli: chi nasce qui è italiano. Però negli ultimi tempi si è parlato pure di uno ius soli “sportivo”. Non crede che sia un po’ ipocrita: se vinci un titolo italiano trovi la strada spianata, se vinci l’olimpiade della matematica no.
"Tutto quello che può accelerare questo processo va bene. E premiare un attaccamento attraverso lo sport, un legame con il territorio, è giusto perché è dal territorio che nasce la cittadinanza".

In questi mesi da ministro è stata ai Mondiali antirazzisti dell’Uisp. Ma come vede il complesso del mondo dello sport di fronte al razzismo?
"É un mondo che si sta svegliando. Bisogna moltiplicare le iniziative. Da martedì partiremo con un piano triennale di lotta al razzismo lanciato dall’Unar, l’organizzazione che si occupa di lotta alle discriminazioni razziali e che fa capo al mio Ministero"

Frequenterà gli stadi nella stagione che comincia?
“Sicuramente”.

Accompagnerà la Nazionale in Brasile ai Mondiali?
"Magari…"