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Quando lo conobbi, nell’estate del 1967, pensai “ma chi è ‘sto stronzo?”. Era un ragazzino di 22 anni, mi sembrò pieno di spocchia più che di emozione per il suo primo servizio da inviato. Eravamo ad Amiens, alta Francia, quarta tappa del Tour, giornata trionfale per i colori italiani: vittoria di Marino Basso e maglia gialla sulle spalle di Giancarlo Polidori. Sergio Neri ed io, scesi dall’auto del “Corriere dello Sport” guidata dall’ex carabiniere Alfredo Viozzi, detto “Baffo”, pigiavamo già sui tasti delle nostre Olivetti; lui - il pivello alle prime armi - brancolava fra Bruno Raschi e Rino Negri, pezzi da novanta della “Gazzetta”, che lo spedivano qua e là a raccogliere informazioni e dichiarazioni. Ragazzo di bottega. Ci presentammo: piacere, piacere. Mi porse la mano senza guardarmi negli occhi, poi subito vidi le sue spalle che si allontanavano.
 
Si chiamava Gianni Mura. Ma scoprii presto che era tutt’altro che uno stronzo. Soltanto tremendamente timido, impacciato, diffidente, probabilmente preoccupato. Due o tre giorni dopo eravamo culo e camicia, antidoto l’un per l’altro contro la noiosa e interminabile corsa di un mese. Ne scoprii l’umanità e il talento, la cultura e la curiosità, qualità velate - sino alla fine, direi - dal carattere introverso, schivo, insofferente di qualsiasi platea. Un grande attore che detesta il palcoscenico. Fui conquistato soprattutto dal racconto del suo primo esame per accedere all’albo dei giornalisti professionisti. Venne bocciato perché alla domanda “Quanti giri d’Italia vinse Gino Bartali?”, Gianni si alzò dalla sedia e disse “credevo di dover parlare con persone serie, non di essere a ‘Lascia o raddoppia’”. La sua battaglia contro l’approssimazione e il diritto era appena cominciata.
 
Altro che noioso, con il Tour scoccò un amore a prima vista e senza cedimenti: l’estate scorsa ne ha collezionati 42, dietro le quinte del Tour ha ambientato il più celebre dei suoi romanzi, “Giallo su giallo”, seguendo il Tour ha conosciuto Gianni Brera, che lo avrebbe preso per mano per il resto della vita. Il ciclismo gli piaceva perché è sport di fatica e sacrificio, perché regala giorni di festa a gente confinata nei più sperduti paesini delle Alpi e dei Pirenei. Il calcio? Sì, però quello dei Lodetti e dei Benetti, sgobboni con poca gloria, oppure artisti sublimi come Zico che appagano l’estetica. 
 
Ha speso una vita ad esaltare le figure di secondo piano. Se gli chiedevi quale libro gli avesse dato maggior soddisfazione sceglieva mica uno della dozzina di titoli pubblicati, ma “Il principe della zolla”, raccolta di articoli di Gianni Brera a cura di Gianni Mura. E i suoi autori preferiti, a parte il “maestro” Simenon, erano Victor Hugo de “I Miserabili”, Giovanni Verga de “I Malavoglia”, Dino Buzzati de “Il deserto dei Tartari”. E al cinema “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi lo entusiasmò. Autori abbastanza ombrosi come lui. Al Tour del nostro primo incontro notai sul comodino della sua stanza d’albergo le poesie di Alfonso Gatto, mentre io in pieno trip fitzgeraldiano stavo divorando “Tenera è la notte”.
 
La penna di Gianni Mura si è affinata col tempo, di pari passo con l’addolcirsi del suo carattere spinoso, senza che i suoi giudizi tranchant ne venissero a soffrire. Non sopportava la mancanza di estetica, la superficialità, l’opportunismo. “Le interviste dei giocatori di calcio sulla carta stampata non valgono quelle in tv perché dietro non possono avere il tabellone con gli sponsor”. Il calcio non gli regalava le emozioni del ciclismo, “è sport di soldi e di falsità” e poi “oggi vale chi corre di più, non chi sa meglio dribblare”.
Passò a “Epoca”, allora in voga, approfittai della confessata delusione (“che errore, è deprimente lavorare due giorni alla settimana”) per irrobustire il pacchetto di “Repubblica” in occasione delle Olimpiadi di Montreal del 1976. Al ritorno mi disse che del settimanale ne aveva abbastanza e che aveva accettato l’offerta de “L’Occhio”, il nuovo quotidiano di Maurizio Costanzo, dal quale poco dopo fuggì sdegnato (come molti altri) e finalmente nel 1983 “Repubblica” gli aprì definitivamente le porte. 
 
Sette giorni di cattivi pensieri” è stato l’appuntamento domenicale nel quale ha sciolto pensieri ad ogni latitudine. Con “Mangia e bevi” sul ‘Venerdì’, assieme alla moglie Paola, ha potuto celebrarsi anche nel campo dell’enogastronomia come il degno erede di Mario Soldati e Luigi Veronelli. Con impressioni e giudizi sempre schietti e sferzanti. Come dev’essere un giornalista sportivo? “Mai tifoso, il tifo dà una visione deformante dell’avvenimento”. Come si scrive di sport? “Come fanno in pochi, non dipingendo come un semidio chi vince solo perché ha vinto e dal secondo in giù dei poveracci”. Il giornalismo sportivo di oggi? “E’ peggiorato e si vede dalla riduzione degli spazi. Brera, il più grande, scriveva sei cartelle anche per raccontare Inter-Atalanta. A me per la finale del Mondiale Francia-Italia riservarono 70 righe”. Osteria o ristorante? “Osteria perché sei sicuro che nel menù non c’è il sushi”.
 
Aveva avuto un malore, non so per quale motivo a Senigallia. In pochi giorni se n’è andato. Da numero uno, cosa che a lui non ha mai fregato niente. Mica tanto scontento. Non ne poteva più di social e pesce crudo.