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Lo dicono gli indici di ascolto televisivi. Lo confermano, sorprendentemente, persino gli strumenti di comunicazione della Rete dei quali i giovani sono i sacerdoti. Lo testimoniano i commenti davanti ad un cappuccino e croissant al bar. La musica, in particolare quella popolare, fa parte del nostro Dna esattamente come il calcio, tanto da creare un movimento nazionale e trasversale di proporzioni uniche. La sola differenza tra queste due passioni monolitiche si trova nel fatto che, mentre il gioco del pallone è spesso divisivo, la canzone ha il potere di mettere d’accordo tutti. Per il resto rimane e resterà sempre a legare i due fenomeni quel filo inossidabile che si chiama emozione.

E’ stato e sarà ancora molto bello, fino a domenica, vedere il pubblico del teatro Ariston a Sanremo appassionarsi e fa il tifo come se si trovasse sugli spalti di uno stadio. Per Simone Cristicchi e la sua opera di poesia messa in musica per essere recitata più che non cantata, “Abbi cura di me”, addirittura una interminabile standing ovation la quale ha commosso fin alle lacrime il protagonista di quella performance d’autore. Come una prodezza di Ronaldo, l’esibizione del cantautore romano ha colpito dritto al cuore confermando che il Festival può essere un evento coinvolgente ed empatico esattamente come qualsiasi altra opera d’arte frutto dell’ingegno e dell’umana creatività. Calcio compreso.

Sorrisi, risate, divertimento e anche qualche autentica lacrimuccia a corredo di un contenitore nel quale il direttore artistico Claudio Baglioni, come un esperto tecnico di una grande squadra e insieme con i suoi “vice” Virginia Raffaele e Claudio Bisio, ha voluto e saputo mettere elementi assortiti e dosati in giusta misura per andare a soddisfare ogni tipo di palato del pubblico stanziale e televisivo.  Non sono solo canzonette, insomma, ma autentici viaggi avanti e indietro lungo il percorso della vita di ciascuno di noi che, inutile negarlo, possiede come colonna musicale del film personale una canzone e un cantante.

Gli “omaggi” a Lucio Battisti, alla tenera Mia Martini e persino all’indimenticabile Quartetto Cetra, piuttosto che al maestro Lelio Luttazzi, hanno messo in moto la macchina della memoria provocando brividi di alta commozione, proprio come i vecchi filmati in bianco e nero dove si vedono all’opera campioni come Sivori, Rivera o Schiaffino. L’autoironia di Ornella Vanoni, la freschezza di una vecchia gloria come Loredana Bertè, il carisma di Patty Pravo, l’evergreen di Antonello Venditti e di Riccardo Cocciante hanno stimolato le vibrazioni di un passato prossimo quando in campo scendevano Baggio e Del Piero. Tutto ciò con in mezzo il futuro esemplificato da giovani come Motta o Achille Lauro. E se la Coppa Italia, per esigenze televisive, ha dovuto farsi da parte poco male. Ne valeva la pena.