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Ieri il quotidiano portoghese Publico ha presentato una notizia interessante, che fotografa in modo molto preciso il cambiamento del calcio nell’epoca della globalizzazione. L’articolo, firmato da Pedro Queiroz da Costa, porta a conoscenza che quasi un quarto dei calciatori convocati per la fase finale dell’Europeo francese ha doppia nazionalità. Una misura sorprendente, per quanto ci si potesse aspettare che fosse elevato il numero di giocatori in possesso di questo profilo di nazionalità.

Il pezzo di Publico prende spunto da una dichiarazione rilasciata, durante un’intervista concessa allo Spiegel, da Alexander Gauland, vicepresidente del partito d’estrema destra Alternativa per la Germania. Secondo Gauland l’attuale nazionale tedesca avrebbe ormai poco di tedesco, essendo composta da calciatori di diversa origine. Una presa di posizione che non è una novità, nell’ambito dell’estrema destra europea. Rimangono nella memoria gli strali di Jean-Marie Le Pen contro la rappresentativa francese della seconda metà degli anni Novanta, quella che poi avrebbe realizzato l’accoppiata Mondiali-Europei fra il 1998 e il 2000. E anche nel caso della Germania, l’innesto dei talenti d’origine non tedesca ha rivitalizzato una scuola calcistica nazionale che alla fine degli anni Novanta era caduta in profonda crisi. Ma per l’esponente del partito d’estrema destra l’argomento della ritrovata potenza sportiva conta poco. Dal suo punto di vista è più rilevante che sei dei ventitré convocati da Löw siano calciatori di nazionalità non soltanto tedesca: Mustafi (Albania), Rudiger (Serra Leone), Khedira (Tunisia), Sané (Francia), Mario Gomez (Spagna), Ozil (Turchia).

Partendo dal caso tedesco il giornalista di Publico ha condotto un’analisi su tutte le nazionali che partecipano alla fase finale dell’Europeo, mettendo insieme un dato notevole: su 552 convocati, 128 hanno più di una nazionalità. Cioè, quasi il 25%. A guidare la classifica sono Francia e Svizzera con 14 giocatori a testa che presentano questo profilo. Segue il Belgio con 12. Quindi, con 11 ciascuna, Portogallo e Albania. Con 9 calciatori a testa troviamo Galles e Irlanda, ma il loro caso è reso particolare dal fatto che lo stato-nazione cui fanno capo è la Gran Bretagna: i calciatori in possesso di doppia nazionalità sono quasi tutti inglesi, e nel loro caso optare per l’una o per l’altra nazionale britannica è più agevole. La Turchia ha 8 calciatori con doppia nazionalità, di cui 6 di matrice tedesca. La Svezia è a quota 6. Ne allinea 4 l’Italia (Eder, El Shaarawy, Ogbonna, Thiago Motta). Concludono la Russia con 3, tre nazionali con 2 (Polonia, Austria, Slovacchia) e cinque con 1 (Croazia, Repubblica Ceca, Romania, Spagna e Ungheria). Soltanto Islanda e Ucraina non hanno convocato calciatori con doppia nazionalità.
La panoramica condotta ci dice dunque che il calcio riflette un mutamento sociale che va nella direzione di un concetto diverso di nazionalità: non più essenzialista, ma inclusivo. E fermo restando che bisogni distinguere fra i casi di doppia nazionalità, guardando al rapporto fra il calciatore e il sistema calcistico nazionale che lo convoca. Lasciando da parte l’esempio degli inglesi che rispondono alle convocazioni delle altre nazionali britanniche, bisogna discernere fra i calciatori che pur avendo doppia nazionalità si sono formati nel paese di cui difenderanno i colori in campo, e quelli che invece sono arrivati in quel paese già maturi e hanno soltanto sfruttato un’opportunità sportiva (cioè, sono stati reclutati). Per uscire dal ragionamento astratto, un conto sono gli El Shaarawy e gli Ogbonna, un altro conto sono i Thiago Motta. In questo senso, Eder rappresenta una via di mezzo: nato in un paese straniero, ma giunto in Italia abbastanza giovane per potersi dire formato nel nostro sistema sportivo al pari di El Shaarawy e Ogbonna. Thiago Motta è invece un reclutato, giunto già formato in Italia e pronto a cogliere una chance di giocare a livello internazionale che la nazionale del suo paese non gli avrebbe offerto. Ciò che, detto da puristi, sarebbe meglio evitare. Ma ormai lo fanno tutti e il regolamento lo permette, è la risposta. E allora gli Alexander Gauland si mettano l’animo in pace. L’andazzo del principio di nazionalità nella società e nello sport globali è questo. Se non gli piace, ci sono sempre i giochi da tavolo.

@pippoevai