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  • L'Inter piange Casiraghi: il re degli scout, che scoprì Balotelli e Coutinho

    L'Inter piange Casiraghi: il re degli scout, che scoprì Balotelli e Coutinho

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    L'Inter piange la scomparsa di Pierluigi Casiraghi. Lo storico capo osservatore nerazzurro si è spento questa notte lasciando i colori nerazzurri dopo averli difesi in tutto il mondo per ben 18 anni. Sì perchè Casiraghi, restio alle scene pubbliche e di cui si contano interviste e apparizioni pubbliche sulla punta delle dita di una mano, arrivò in nerazzurro nel 2000 e da allora, come tutti i più grandi nel proprio ruolo, ha collezionato tantissimi successi, ma anche qualche piccola ma cocente delusione. 

    DA BALOTELLI A POGBA - Casiraghi, per capirci, è colui che riuscì a portare in nerazzurro talenti del calibro di Goran Pandev e Mario Balotelli, ma fu anche colui che visionò e diede il via libera alle operazioni Kovacic e soprattutto Coutinho. Tantissimi dei giovani passati in nerazzurro, da Biabiany a Zé Turbo, sono passati tramite la sua approvazione. Non mancano però anche le delusioni. Come lui spesso ha ribadito si pentì di aver bocciato un giovanissimo Paul Pogba perchè ritenuto "troppo lento", ma gli sfuggì anche David Alaba che non riuscì a convicere prima che accettasse il Bayern Monaco.

    IL CORDOGLIO DELL'INTER - L'Inter ora dovrà fare a meno di uno dei suoi più bravi talent scout e sul proprio sito web, ha voluto ricordarlo così: "

    Pierluigi Casiraghi c'era sempre, quando non era in giro per il mondo a scovare talenti.

    Nei trofei del Settore Giovanile del terzo millennio c'è molto del suo, capace com'era di riconoscere un giocatore di talento in mezzo a mille, ma prima di tutto è stato un faro, una guida, un'ispirazione per chi lavorava in un club che centodieci anni fa è stato fondato da uomini come lui, operosi, orgogliosi e aperti al mondo.

    Aveva un aneddoto per tutti, una storia, una parola. Brianzolo, orgoglioso del suo lavoro, lo difendeva sempre fino in fondo. Era un sommelier del talento, osservatore per vocazione prima ancora che per professione: arrivava fino ai campi più scomodi, di confine, li preferiva alla comodità degli alberghi di lusso e dei grandi tornei. Perché lì poteva capitare di trovare un Goran Pandev, un Jonathan Biabiany, un ragazzo visto magari per caso che sarebbe poi diventato un pezzo di storia dell'Inter.

    "Devo vedere una scintilla", chiosava. "Qualcosa che me ne faccia innamorare calcisticamente. Resisto alla tentazione di rivederli una seconda volta in azione, rischierei di notarne i difetti".

    Alcuni diventavano campioni, altri si perdevano per strada, non sai mai cosa può succedere a un ragazzo giovane, ma lui non li mollava in nessun caso. Teneva i contatti, se li portava a cena, li aiutava a capire il calcio italiano dentro e fuori dal campo, condendo magari la conversazione con qualche battuta in dialetto milanese, da uomo di calcio, di spirito, di cuore.

    Ciao Casi, ci farà effetto girarci e non vederti lì, al Centro Facchetti, a bordo campo, coi jeans, la polo, gli occhiali da sole, a vedere come si comportano in allenamento i tuoi ragazzi, con una storia da raccontare a tutti, dirigenti o giardinieri, calciatori o impiegati".

     


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