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O la borsa o la vita! Lo sport professionistico di suo sceglieva la prima, la borsa prima della vita. La sceglieva d'istinto, di inerzia, di cultura. I responsabili, i dirigenti, gli amministratori di tutti gli sport professionistici, a livello nazionale e internazionale, altro non sono che raccoglitori e distributori di soldi. Non gli si chiede di essere altro, non c'è bisogno che siano altro, nessuno nel mondo di ieri ha mai voluto fossero davvero altro. Tanto meno gli appassionati, i tifosi, il pubblico, i clienti.

E quindi per istinto, inerzia, cultura (perfino senza particolare malizia) di fronte al profilarsi della scelta obbligata tra la borsa o la vita hanno stretto al petto la borsa. Fino a che non gli è stato impedito dai fatti.

La F1, il Gran Premio già cancellato dai fatti ma che nessuno voleva annullare per primo per non essere quello che, clausole di contratto alla mano, rischiava di rimetterci più soldi di quello che stava a fianco.

La F1 e l'Uefa che faceva giocare, giocando a rimandare per mettere più soldi possibili al riparo. E il calcio italiano che ci ha provato oltre limite a difendere i 600 milioni che sono oggi la sua vera ansia. Tutto lo sport, tutti gli sport professionistici a comportarsi d'istinto e cultura come il passeggero di un aereo che sta precipitando e lui guarda al bagaglio pensando come recuperarlo.

Tutt'ora tutti immersi nell'illusione volutamente inconsapevole secondo la quale ,sarà maggio o sarà giugno, ma tutto sarà come prima.

Non ce la fanno a capire, d'altra parte non ce la facciamo noi, non ce la fa nessuno a capire davvero. I contemporanei a ciò che accade non possono mai nella storia avere l'esatta percezione di ciò che loro accade.
Quindi, che sta accadendo? Non è la fine del mondo, ne sono, ne siamo tutti assolutamente certi e sicuri. Non è la fine del mondo, però ne veste i panni. L'altro essere umano indicato e schivato come potenziale pericolo, lo stare vicini tra umani come nocivo. La gente sui tetti o balconi impegnata in scongiuri collettivi. Milioni e milioni di noi, tutti o quasi, sottoposti a solitudine inattività per chissà quanto tempo (la data del 3 aprile è fittizia, magari fosse...). L'effetto incommensurabile sulla psiche individuale e collettiva del negarsi al mondo esterno e del percepirlo, il mondo esterno, come habitat minaccioso. Lo smontaggio se non la distruzione di catene produttive e la perdita di valore traumatica e massiccia di risparmi e investimenti.

E nessuna, nessuna certezza né del quando né del come finisce. E i morti a migliaia. E il ragionevole ma orribile dubbio che, dovesse continuare così, non tutti i malati potranno essere aiutati a non morire. E l'esser murati vivi dalla pestilenza. E, quando finirà, molto, proprio tanto da rifare. Una torsione nella materia e nelle forma della nostra vita che si ricomporrà certo, ma non nell'aspetto e nella sostanza di prima.

Solo una settimana fa c'era chi (non pochi) davano del "catastrofista" a chi segnalava una perdita di senso e di rapporto con il reale nel voler giocare. Solo una settimana fa era pieno di chi voleva /esigeva i calciatori giocassero perché profumatamente pagati. Era pieno di gente che i calciatori li voleva gladiatori e, se del caso, un gol lo potevano segnare o evitare anche con la febbre. Solo una settimana fa era pieno di chi trovava ovvio e giusto e doveroso che poliziotti, medici, tecnici, arbitri, staff (oltre ovviamente le squadre) animassero e componessero il caravanserraglio delle partite a porte chiuse.

In questi giorni è iper citata la frase di Einstein: solo due cose infinite, l'universio e la stupidità umana, dell'universo poi non son così sicuro...

Ora o lo stupido, infinitamente stupido, sono io che sto a casa o l'infinitamente stupido era chi trovava insopportabili i "catastrofisti". Nel primo caso ci avremmo, ci abbiamo rimesso qualche partita di calcio. Nel secondo abbiamo aiutato la pestilenza a diffondersi. A proposito, che stanno facendo ora gli spazza e spezza "catastrofisti"? Stanno a casa.