Nulla avviene per caso. Vale anche per la brutta sconfitta della Juventus al Wanda Metropolitano di Madrid, talmente pesante da aprire il dibattito se credere alla rimonta oppure no. E ovviamente, se sei più incline a ritenere complicato il ribaltamento del risultato, c’è già pronto chi ti invita a scendere dal carro, perché i celoduristi del tifo bianconero non ammettono il beneficio del dubbio. Pazienza, anziché dal carro continuerò a tifare Juve per i fatti miei, senza doverne dare conto a qualcuno, almeno potrò prendermi il lusso di poter ragionare senza paraocchi sul pessimo 2-0 di Madrid.

Torno sul punto di partenza: nulla avviene per caso, calcio compreso. Quante volte, nella stagione in corso, abbiamo visto giocare davvero bene la Juventus? Poche. In Champions forse solo all’Old Trafford. Eppure finora la squadra ha perso solo 4 volte, tre di queste proprio in Europa ed una in partita secca in Coppa Italia. Quando si perde c’è quasi sempre una Coppa di mezzo, la “Maledetta” una costante. Che si giochi contro il Manchester United o lo Young Boys.

Finora lo zero nella colonna delle “sconfitte” tiene in campionato. E allora rifaccio la domanda: in quante delle 24 partite disputate finora abbiamo visto giocare bene la squadra? O comunque, vederle esprimere un gioco convincente? Mostrare una schiacciante superiorità nei confronti degli avversari? Ammettiamolo, molto di rado. Eppure la Juve è la prova vivente di quanto, nel gioco del calcio, il bello sia fine a se stesso, altrimenti non avrebbe vinto gli ultimi 4 scudetti fila concedendo poco allo spettacolo. Per quello, c’è stato detto, bisogna andare al circo.

​Se però ti abitui a questa filosofia e non cambi marcia nemmeno quando il palcoscenico te lo impone, perdi. Se vai ad un ricevimento, il cambio d’abito ti viene imposto sul biglietto d’invito e se ti presenti in jeans rischi di fare una pessima figura. La Juve attuale sembra essersi assuefatta al pragmatismo, a vincere le partite senza troppo sforzo, giochicchiando un calcio essenziale, senza osare mai, tenendo il freno a mano tirato. Non appena il ritmo della gara cambia, la squadra non sa cosa fare, soffre, va nel pallone e capitola.

Proprio quanto capitato al Wanda, dove Simeone ha annichilito Allegri, l’Atletico strapazzato la Juve. Due gol che avrebbero potuto essere 5 se il Var non ne avesse annullato uno a Morata (tu quoque, Alvaro) Diego Costa  non ne avesse sbagliato un altro da dilettante e la traversa non lo avesse negato a Griezmann. È finita solo 2-0, e bisogna ancora ringraziare la Dea Eupalla per aver avuto pietà. La serata storta ci sta, peccato sia figlia naturale di tante altre serate poco convincenti. Di partite vinte 1-0 producendo il minimo sindacale e che ti facevano dire “se giochiamo così in Champions non faremo tanta strada”. Non era un’offesa ma semplice constatazione, rivelatasi purtroppo quanto mai azzeccata.

A Madrid la Juve non ha fatto catenaccio, gli è stato impedito di giochicchiare com’è abituata a fare in campionato, di masticare calcio anziché produrlo, di aggredire l’avversario anziché pensare di anestetizzarlo e poi colpirlo. Simeone non gliene ha dato il tempo, e i suoi furibondi Colchoneros hanno vinto con ampio merito. Perché l’Atletico ha fatto ciò che in tanti si sarebbero aspettati dalla Juve, indicata da molti come una delle favorite a vincere il torneo continentale. Simeone ha dimostrato che non è così. In Europa, dovremmo averlo imparato, non vince chi traccheggia ma chi osa. Chi non va a Madrid per limitare i danni ma per giocarsela a muso duro.

E non mi si venga a parlare ora di legge dello sport, di regole dell’agonismo, e di tanti altri bla-bla  utili a solo a nascondere le magagne sotto il materasso: proprio le regole del calcio insegnano anche che, a furia di accontentarti del poco, prima o poi la paghi. Alla Juventus di Allegri è capitato ora, al 1° round degli ottavi di finale di Champions, contro una squadra che conoscevamo bene e che in un precedente non lontano ci aveva già battuti per 1-0 al Vicente Calderon, nella medesima competizione. Con lo stesso allenatore, giocando tra l’altro meno bene di quest’ultima volta.

Bastava preparare meglio la partita anziché giustificare la sconfitta col  “ci sono pure gli avversari”. Non erano degli sconosciuti. Infatti, loro conoscevano bene la Juve, e conoscevano bene Ronaldo, uno che all’Atletico aveva fatto quasi sempre gol e stavolta si è limitato a sfotterli con le 5 Champions vinte.

All’ultimo momento sono venuti meno dei giocatori? Altra scusa. Pure all’Atletico mancavano degli elementi, altri rientravano da infortuni, e la rosa nel suo complesso non è superiore a quella della Juventus, che ha appunto CR7. Però in campo sapevano tutti cosa fare, erano un’orchestra perfetta, diretta da un direttore ruspante ma molto astuto e che c’ha fatto capire in modo esplicito cos’ha avuto in più la sua squadra: los huevos. Quelle che la Juve, quando va a giocare in Champions, spesso e volentieri dimentica a Torino.