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Molti autorevoli colleghi hanno illustrato la sfida tra Stefano Pioli e Massimiliano Allegri come quella tra un “giochista” (il primo) e un “risultatista” (il secondo).
Personalmente non la vedo così. L’allenatore del Milan è un “risultatista” al pari dell’omologo della Juventus, solo che crede in un sistema e ha princìpi di gioco attraverso i quali vuole arrivare al risultato. Il fatto che finora non abbia ancora vinto significa solo che ha intrapreso una strada più lunga ma meno occasionale, ma se fosse solo un “giochista” la sua squadra non sarebbe da due anni seconda dietro l’Inter.

Fatta questa doverosa premessa, non sono nemmeno d’accordo con chi dice che la Juve è in grande ripresa. Ha battuto Udinese (in campionato ) e Sampdoria (in Coppa Italia) che, per ragioni diverse, si presentavano prive di molti effettivi (i friulani) e con un cambio di allenatore in corso (i blucerchiati). Aver vinto senza soffrire rappresenta il minimo sindacale, anche se è vero che il tifoso bianconero da tanto non era più abituato a gare tanto regolari.

Qualcuno osserverà che fingo di dimenticare il successo di Roma. Ma non è così. Non solo lo ricordo benissimo, ma so anche distinguere tra i meriti della Juve e la dannazione dei giallorossi che, a venti minuti dalla fine, stavano vincendo per 3-1. Non ci fosse stata quella sorta di suicidio collettivo, oggi i bianconeri avrebbero tre punti e molta considerazione in meno.

Dunque, per me, nonostante lo sciviolone casalingo con lo Spezia resta favorito il Milan. Primo perché recupera due elementi importanti in difesa (Calabria, in ballottaggio con Florenzi, e Romagnoli) e uno a centrocampo (Bennacer). Secondo, perché l’attività di pressing alto che Pioli attua può strappare campo e palla alla Juventus. 

La quale, a prescindere dal sistema di gioco (non sono ancora del tutto sicuro che Allegri scelga il logico e probabile 4-4-2), aspetterà dietro la linea della palla per innescare il contropiede o sfruttare un episodio. In pratica mi aspetto la stessa partita che fece con l’Inter in Supercoppa e che, nei tempi regolamentari, era finita in parità.
Sinceramente credo che, dopo un girone intero e oltre, la classifica dica la verità e che questa Juventus non possa ambire al quarto posto. Una ragione, anche se non la principale, risiede nel fatto che la truppa di Allegri finora non ha vinto neppure uno scontro diretto con chi la precede e che, per esempio, nella partita di andata, pur essendo andata in vantaggio con Morata, non solo non seppe resistere al ritorno del Milan, ma, nel finale, rischiò anche la sconfitta.

Molti occhi saranno puntati su Dybala e sull’arbitro Di Bello. Le ragioni, ovviamente, sono opposte. Da una parte, quella bianconera, si vuole capire o, forse, stabilire una volta per tutte, se Dybala sia degno di essere il leader della Juventus del presente e del futuro decidendo anche gare importanti. Dall’altra, quella milanista, ci sarà l’occhiuto giudizio di chi si è sentito defraudato dalla decisione di Serra in Milan-Spezia e, se non alla ricerca della compensazione, si aspetterà una prestazione impeccabile. 

Sulle due questioni ho posizioni radicali. Dybala, sempre più osteggiato da Arrivabene e da una dirigenza che prima gli ha promesso il rinnovo a otto milioni più due di bonus e poi se lo è rimangiato, lascerà sicuramente la Juve. Chiedergli di essere decisivo perchè lo si paga tanto appartiene ad una concezione arcaica e superata del calcio. Dybala è un campione, ma ne esistono pochissimi in grado di orientare i risultati (uno è Ronaldo, l’altro è Messi, ma il più grande di tutti era Maradona), perché il calcio è un gioco di squadra e alla Juve faticano a capirlo.

Quanto all’arbitro, sarebbe gravissimo che Di Bello entrasse in campo avendo in testa una sorta di risarcimento da riservare al Milan. Saremmo di fronte ad una “corruzione intellettuale” gravissima che un giudice non può contemplare nemmeno nel suo subconscio.