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Sono qui per chiedere scusa e confessare un mio peccato. Anzi due, tre, quattro peccati. Approfitto di questo confessionale, anche se il termine è improprio per vari motivi che appariranno chiari nel corso di questo articolo. Il primo peccato è non avere creduto. Non ho creduto nell’estate scorsa in Claudio Lotito. In assoluto non sono un credente. Non credo in nessun Dio: nessun essere superiore, tanto meno il Dio Onnipotente della religione cristiana, avrebbe creato e poi tollerato un’umanità così dolente, vessata, sottomessa a guerre, malattie, mattanze, virus globali, devastazioni climatiche, oppure quel titolo, Onnipotente, se lo era arrogato subdolamente. Tornando sulla terra, figuriamoci se potevo credere a Lotito che di “sole” (o aperta) ne aveva già propinate a cesti. 
Quando nell’estate del 2017 Re Claudio nominò Inzaghi alla guida della squadra in seguito alla fantozziana rinuncia del “loco” (mai etichetta fu più appropriata) Marcelo Bielsa, scrissi e parlai di “basso profilo”, “evidente mancanza di ambizioni” e roba del genere. Nonostante fossi in numerosa e qualificata compagnia, ritengo adesso quel giudizio, che coinvolgeva l’uomo, il suo elettore e il futuro della società, un po’ superficiale e comunque smentito clamorosamente. Simone sarebbe diventato in poco tempo uno dei tecnici più ammirati della serie A (prossimo allenatore-mercato europeo, speriamo bene…), Bielsa avrebbe steccato nella Ligue 1 francese e nella serie B inglese. Ritengo Inzaghi l’ artefice primo del miracolo-Lazio, oggi arrampicata lassù con la rosa più scarna fra le tre candidate allo scudetto. Aveva dunque visto lungo Lotito, chapeau.

Secondo peccato. Alla vigilia di questo campionato pronosticai per la Lazio un quinto o sesto posto. Non avevo previsto lo scadimento di Napoli e Milan, né la crisi della Roma, né l’andamento lento della Juventus. Solo la classifica dell’Inter non mi stupisce.
Terzo peccato. Non avrei scommesso un dollaro bucato sui 53 punti della Lazio dopo 23 partite, +15 rispetto allo scorso campionato. Né tanto meno che a questo punto del torneo Strakosha avesse subìto meno gol di tutti gli altri portieri, che solo l’Atalanta fosse capace di realizzare più gol, che a febbraio la squadra avesse staccato il biglietto (quasi) per la prossima Champions e mantenuto inviolato l’Olimpico. 
Quarto peccato. Risale a quattro anni fa, ma chi non lo commise scagli la prima pietra. Manifestai stupore e rammarico per l’acquisto di un giocatore “improponibile per il campionato italiano” come Luis Alberto. Inadeguato, abulico. Non vedeva l’ora di tornarsene nella sua Siviglia. O addirittura cambiare mestiere. 

Bene, esaurite le confessioni, proprio dai contenuti delle stesse traggo una convinzione: alla Lazio vanno concesse le stesse probabilità di Juve e Inter nella corsa allo scudetto. Il motivo risiede, prima di tutto, nella fiducia acquisita dalla squadra, nella consapevolezza della propria forza, di potersela giocare con le due regine. Autostima, si dice oggi. Questa è cresciuta parallelamente ai diciotto risultati utili consecutivi con i quali oggi Inzaghi e la sua banda fanno i conti. A fine settembre, dopo la sconfitta di misura in casa dell’Inter, la Lazio accusava un distacco di 6 punti da Conte e 8 dalla Juve. Dopo il prodigioso pareggio con l’Atalanta (da 0-3 a 3-3: è cominciata da lì la grande rincorsa) del 19 ottobre il vantaggio della Juve era salito a 10 punti, quello dell’Inter a 9. 
Una scalata con pochi precedenti, una collana ancor più inconsueta di 18 partite senza sconfitte, migliore difesa del campionato assieme all’Inter, secondo attacco dopo quello atalantino: numeri che hanno convinto tutti o quasi, anche i più scettici o scaramantici, ma soprattutto – quel che più conta - hanno convinto giocatori, allenatore e dirigenti fino a sdoganare la parola proibita. Adesso l’obiettivo è scopertamente lo scudetto, tanto che dalle siepi di Formello è filtrata la notizia – non confermata ufficialmente – che Lotito avrebbe fissato un premio per la rosa e lo staff di 30 milioni. 
Che cosa è cambiato nel giro di una settimana, a capo della quale la Lazio veniva giudicata come un inatteso palloncino portato nei quartieri alti da fortuiti colpi di vento ma destinato in breve a sgonfiarsi? E’ successo che la Lazio ha grattato 4 punti alla Juve e 1 all’Inter e che alla luce di quanto avvenuto tre giorni dopo, il  pareggio col Verona, da molti ritenuto un mezzo passo falso, si è invece rivelato un risultato brillante. Ma è successo anche dell’altro. Inzaghi ha trasformato l’ex “inadeguato” Luis Alberto nell’uomo più importante di tutti coloro – una sessantina di giocatori - che occupano le prime tre posizioni della classifica. Un tuttocampista con il talento di Mancini, la visione di Pirlo, l’eclettismo di … Non trovo omonimi di un giocatore primo in Europa per gli assist, che ribalta l’azione e pennella cross, salta l’uomo in dribbling e recupera palloni (11 a Parma!), rincorre gli avversari e copre 11/12 chilometri a partita. 
Da quando Inzaghi gli ha cambiato ruolo, da trequartista a mediano, è stato un crescendo che ha trovato l’apice quest’anno grazie ad un allenamento specifico, adattato ad una muscolatura che presentava qualche fragilità. A 27 anni, nella piena maturità, è esploso in misura imprevedibile.

Né Juve né Inter possiedono un giocatore così incisivo. Potrebbe emularlo Eriksen se recupera la forma (e la testa) della scorsa stagione. Lo avvicinerebbe il Pjanic dei giorni migliori, non quello di oggi.  Ecco un punto a vantaggio della Lazio. Assieme ad un calendario più comodo (niente Coppa Italia, niente Coppe europee) che consentirà a Inzaghi di preparare le partite di settimana in settimana e non stressare l’esigua truppa a disposizione, e alla leggerezza d’animo di chi concorre senza l’obbligo della conquista.  Giocano in senso contrario altri elementi, primo fra tutti proprio una rosa più larga da parte di Juve e Inter. Non solo numericamente. Sarri e Conte possono variare formazione e assetto ruotando giocatori di eguale, altissimo valore. La Juve, però, mostra crepe allarmanti che l’hanno condannata a due sconfitte nelle ultime tre partite. L’Inter è un misto di fragilità e grandezza che nelle ultime nove uscite le hanno riservato più pareggi che vittorie.  

I pro e i contro fra le due grandi favorite e la sorpresa Lazio, tutto sommato si compensano e promettono tre mesi abbondanti di appassionante duello. Lazio-Inter di domenica sera dirà qualcosa in più ma comunque vada niente di definitivo: resteranno da giocare 14 partite, cioè 42 punti. Troppo presto sia per cantare vittoria che per per arrendersi. Non credo nell’Onnipotente, non credo in Lotito, ma credo nei numeri. Le cifre non mentono, il resto è opinione.