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C'è una canzone dei Madredeus – complesso che negli anni'90 del secolo scorso ha portato, rinnovandolo, il Fado portoghese nelle radio di tutto il mondo – che racconta in note tutta la pigra magia dell'Alfama e della Lisbona di un tempo. In quella Lisbona di fine anni'50 tesa verso il futuro ma ancora imprigionata nella dittatura di Salazar inizia a danzare sui campi da calcio Eusebio da Silva Ferreira, la “Pantera Nera” del calcio mondiale, paradigma del fuoriclasse portoghese che – passando per Futre – oggi si declina in CR7.


DALLE TERRE D'OLTREMARE ALL'ETERNITA' - Eusebio nasce il 25 gennaio 1942 a Lourenço Marques, l'odierna Maputo, capitale del Mozambico, colonia portoghese. La sua infanzia non è facile, la sua famiglia non è affatto ricca, lui è l'ultimo di otto figli e quando ancora è molto giovane resta orfano del padre. Viene cresciuto di stenti dalla madre e uno dei rari momenti di gioia è quando gioca a pallone in strada con gli amici. È bravo e inizia a giocare nelle giovanili della squadra della città, lo Sporting  Lourenço Marques dove ben presto si mette in mostra. Proprio in quegli anni – siamo alla fine degli anni'50 – allenatore dello Sporting Lourenço Marques è un italiano, l'ex giocatore della Juventus Ugo Amoretti, che intravisto il talento segnala Eusebio proprio alla sua ex squadra, ma la dirigenza bianconera non coglie l'affare. Chi invece non si lascia scappare Eusebio è Bela Guttmann, famosissimo allenatore del Benfica di quegli anni. A Guttmann Eusebio viene segnalato dall'ex centromediano del Brasile Carlos Bauer, a quei tempi allenatore del Ferroviario, che in una primavera di inizi anni'60 con la sua squadra, in tournée proprio in Mozambico, ammira un ragazzino che con il pallone fa faville. Così Bauer segnala Eusebio a Guttmann e il Benfica avanza una proposta economica che la madre del giovane calciatore non può proprio rifiutare. Il trasferimento va a buon fine, anche se non mancano le proteste dei rivali dello Sporting Lisbona. Infatti lo Sporting Lourenço Marques è una squadra “satellite” dello Sporting di Lisbona e quest'ultima tenta più volte di contestare l'ingaggio di Eusebio da parte del Benfica, ma alla fine Eusebio arriva a Lisbona dove si legherà per quasi tutta la sua carriera ai rivali del Benfica. In quindi anni porta la sua squadra a vincere ben 11 campionati portoghesi e due Coppe dei Campioni. Il Benfica con Eusebio diventa protagonista stabile in Europa, nel 1961 è la prima squadra a riuscire a battere il Real Madrid in una finale di Coppa dei Campioni, successo che bisserà anche l'anno successivo. Giocherà altre tre finali il Benfica di Eusebio, perdendole però tutte nulla potendo contro la “maledizione” che lo stesso Guttmann aveva lanciato al club quando se ne era andato sbattendo la porta.

Eusebio, dicevamo. Nasce in Mozambico ma a quel tempo quei territori sono ancora portoghesi e quindi può giocare soltanto per la nazionale portoghese. L'esordio di Eusebio con la maglia del Portogallo è dell'ottobre 1961 quando segna anche la sua prima rete e da quel momento non smette più di segnare neppure con la nazionale, arrivando a mettere a segno 41 reti in 64 partite, vincendo pure il titolo di capocannoniere ai mondiali inglesi del 1966, i “suoi” mondiali.


DAL BRASILE ALLA COREA. EUSEBIO IN MONDOVISIONE - Eh sì, perché il mondiale giocato in terra d'Albione nel 1966 è stato decisamente il suo mondiale, il mondiale di Eusebio, peraltro già “Pallone d'Oro” l'anno precedente. Luglio 1966, Liverpool, Goodison Park, terza giornata del gruppo 3 di qualificazione. Sono di fronte i due volte campioni in carica del Brasile e l'esordiente Portogallo, i lusitani con un piede ai quarti e i verdeoro con un piede sulla scaletta dell'aereo che li riporterà in patria. Brasile-Portogallo è soprattutto la partita tra Pelè ed Eusebio, tra il fuoriclasse assoluto e colui il quale viene additato dai più a suo erede legittimo e designato. “O Rey” deve abdicare, la “Pantera Nera” è insaziabile in quel mondiale e grazie alla sua doppietta il Portogallo va ai quarti e Pelè torna a casa. Con Pelè prende l'aereo per casa anche l'Italia – detto per inciso – eliminata da quella che viene troppo frettolosamente dipinta come una squadra da dopolavoro della Corea del Nord. Eppure quella Corea del Nord pochi giorni più tardi sta dominando 3-0 il quarto di finale contro il Portogallo. Corsa a perdifiato per tutto il campo e pressing asfissiante sono le armi coreane. Sono trascorsi appena 25 minuti quando i coreani – correndo come forsennati – infilano il terzo pallone alle spalle del portiere Pereira. La sfida tra le due sorprese di quel mondiale sembra già decisa quando Eusebio pensa bene di riscrivere la storia, di quel match e della sua carriera. Prima dell'intervallo segna due reti e nei primi dieci minuti del secondo tempo ne mette a segno altri due. Quattro reti segna Eusebio in quella partita, quattro reti che eliminano la Corea del Nord e lo consacrano re del mondo. Che poi due di quelle quattro reti siano venute da altrettanti calci di rigore non proprio “solari” non ha importanza. Eusebio mette il suo sigillo su quel mondiale e al termine del torneo saranno nove le reti segnate, bottino che gli varrà il titolo di capocannoniere del Mondiale e terzo posto assoluto per la sua nazionale.


LA CARRIERA DI EUSEBIO È UN INNO AL GOL - Ne segna a ripetizione in tutte le manifestazioni a cui partecipa, alla fine le reti segnate da Eusebio saranno ben 774 in 716 partite complessive giocate. Sette volte capocannoniere del campionato portoghese, tre volte capocannoniere della Coppa dei Campioni, miglior marcatore ai Mondiali del 1966 e due volte, nel 1968 e nel 1973, “Scarpa d'Oro”.
Dopo quindici anni Eusebio lascia il Portogallo e si imbarca in una nuova avventura, approdando nel dorato mondo della NASL americana. La seconda metà degli anni'70 la gioca tra Canada, USA e Messico continuando a segnare e portando nel 1976 il Toronto Metros-Croatia a vincere per la prima volta il titolo NASL.

Infine il ritiro dorato ma anche problemi di salute che nel 2014 lo strappano alla vita. Di lui resta la memoria della sua straordinaria classe e la statua a lui dedicata davanti allo stadio Da Luz a Lisbona, la città che si racconta nelle mille sfaccettature di Pessoa, nel Fado di Amàlia Rodriguez, ma anche, ora e per sempre, nel talento cristallino della “Pantera Nera” arrivata da oltremare.


(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)