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Carico. Concentrato. "Lo sono sempre". Andrea Mandorlini, a un passo dalla sua grande rivincita. "Sono sempre sul pezzo" ha confessato l'altra sera in Tv, il salotto di TeleArena. Assieme a un vecchio amico, "come Piero Fanna, siamo stati assieme all'Inter, si conoscono pure i nostri figli, ma al di là di quello, c'è amicizia vera, di quelle che non è facile trovare". S'è lasciato andare, c'erano pure Ciccio Mascetti e Beniamino Vignola, attorno al tavolo di "Palla lunga e pedalare". Luci soffuse, atmosfera giusta. "Quando sono arrivato qui, non ero io" ha ammesso Mandorlini. "Mi portavo dentro una ferita, quella del Cluj, una cosa che non ho ancora capito. Ti trovi a un passo dalla Champions, dopo aver vinto tutto e ti mandano via. Lì per lì, è dura da digerire, no?". Poi, dopo la curva dell'amarezza, gli è spuntato davanti il Verona. "Quando sono arrivato, inutile raccontarci storie, era dura pensare di arrivare dove siamo arrivati. Anche perchè, non ce ne andava dritta una. Ricordate i rigori sbagliati?". 
Eppure, quando girava per la città, lo stupiva sempre l'amore della gente. "Incredibile" sospira. "Erano loro che facevano coraggio a me, non il contrario. Non mollate, mister, mi dicevano, vedrete che cambierà". E' cambiata e forse lui ha capito perchè. Quando. Come. Il giorno. L'ora. "Quando ho visto che la squadra rispondeva, che c'era voglia, partecipazione, coraggio per mettersi in discussione. Umiltà, umiltà, umiltà". Tre volte, lo dice. "Sai quante volte lo ripeteva il Trap?". Già, il Trap. A volte ritornano. A volte telefonano. "Ci sentiamo spesso, anche con Tardelli. Io e Marco dormivamo assieme, ai tempi dell'Inter. Io una sonno della madonna, lui non dormiva mai, la notte. Alle 3, alle 4, girava per la stanza, magari mi svegliava pure. Ma come fai a dormire, mi diceva? E io gli rispodnevo: Marco, io non sono come te, non sono un fenomeno, io devo dormire, per correre... Il Trap? Quello è un fenomeno vero. A 72 anni è ancora lì, che si mette in gioco, dopo aver vinto dappertutto, con la voglia di un ragazzino. Quando ci lasciammo, all'Inter, mi scrisse un foglietto, "un giorno capirai meglio tante cose, quando sarai allenatore". Certo, le ho capite, lo dico sempre ai miei giocatori. Prima dovresti fare l'allenatore e poi il giocatore, saresti diverso...". 
Telefona Zigoni, poi chiama pure Elkjaer. "Bravo mister" gli dice Preben. "Quando giocavi nell'Inter, col Verona non ti andava tanto bene, eh..." scherza. "Ve l'abbiamo regalato, quello scudetto..." ride Mandorlini. "Grazie" replica Elkjaer. "Aveva una forza..." scuote la testa ammirato Mandorlini. Gli ricorda qualcuno dei suoi, fatte le proporzioni del caso. "Ferrari gioca come lui, per la squadra, non molla mai, un trascinatore...". Ferrari, l'uomo della svolta. "Doveva andar via, è diventato decisivo. Bravo a crederci, a trovare dentro la voglia di rialzarsi. Lì, siamo stati forti. Lì siamo diventati il Verona. Quello che dobbiamo essere". Alza la testa, Salerno è lì, a un passo. "Stiamo bene" butta lì. "Di testa e di gambe, siamo pronti. Sappiamo quello che ci aspetta, conosciamo la strada e il modo di percorrerla. No, paura no, rispetto, quello che serve a non abbassare la guardia, a non pensare di essere già arrivati".  Rivincita? No, non ci pensa. Nè perde le notti a pensare che il calcio in fondo è bugiardo e non sempre raconta verità. Lui in C, altri, che hanno vinto la metà, in A. "Non m'interessa, non è questo il problema. Uno dev'essere se stesso, sempre. Deve sentirsi in pace, deve credere in quello che fa, non me ne frega niente della categoria. Qui ci sono cose che altre città e altre squadre neanche si sognano". Per questo ha scelto Verona. Per questo è qui. Per completare un piccolo capolavoro. "E poi?". Mandorlini sorride. "Io so già cosa fare". Da come lo dice, dev'essersi già immaginato il finale.