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La maglia è come la bandiera: ha un profondo significato simbolico ed identitario, è feticcio di amore per il tifoso, incute soggezione all'avversario, genera rispetto negli sportivi. La maglia è storia. E' cambiata sul retro, cioè sulla schiena, prima con l'avvento dei numeri, poi con l'ingresso dei nomi, ma non può diventare una cosa diversa da quella che è stata e deve rimanere: un richiamo di appartenenza. Definirla un prodotto del marketing utile per aggredire nuovi mercati non è da velleitari, ma da incompetenti. Nell'opera di rafforzamento del marchio o del brand che dir si voglia, la fedeltà agli strumenti della tradizione e la loro forza intrinseca hanno il potere di allargare i bacini di utenza almeno quanto l'innovazione. E poi ci sono cose che si rinnovano e altre che non solo non hanno questa necessità, ma che potrebbero addirittura essere penalizzate. La maglia è una di queste. Come la bandiera, appunto.

In questi giorni si parla di Juve sia perché la società ha deciso una profonda e sostanziale rivisitazione delle casacche, sia perché non cambia il colore della seconda o della terza maglia, ma spariscono le righe sulla prima. Non sono così ingenuo da non capire che cambiare qualche particolare ad ogni stagione faccia bene al merchandising (i tifosi comprano sempre la maglia del nuovo campionato), ma un conto è ritoccare, un altro è stravolgere. La Juve, dopo il rosa dei fondatori, è sempre stata a righe bianconere e per cinquant'anni quelle righe sono state strette e frequenti. Negli anni Sessanta e Settanta sulla schiena, per far risaltare il numero, prevaleva il bianco. Dagli Ottanta in avanti il nero. Ma la maglia era quella e non sembrava logico modificarla né al club, né allo sponsor tecnico.

La situazione è radicalmente cambiata con l'avvento di Adidas che ha declinato un bianco e un nero di spessori diversi e comunque molto larghi. Ma la maglia indossata in questa stagione stava già andando verso la soluzione binaria che sarà adottata l'anno prossimo, anche se l'esordio è previsto in questo campionato, nella gara  in casa con l'Atalanta. Come sia la nuova maglia tutti lo sanno e la maggioranza la detesta. Divisa in due, metà bianca e metà nera, con una striscia rosa in mezzo. Il rosa è l'unico richiamo ai pionieri che lo scelsero prima che dall'Inghilterra arrivassero, nel 1903, le maglie bianconere del Notts County. Fu un errore. I soci aspettavano le divise rosse del Nottingham Forrest, invece trovarono le bianconere. E sarebbe dovuto essere per sempre.

Da adesso, invece, non saranno più, anche se c'è chi spera in un passo nel futuro. Il bianconero resiste, ma solo solo su banda larga. Leggo cose inverosimili. Da chi, evidentemente, la maglia di una squadra di calcio non l'ha mai indossata o che non ha visto quella nuova della Juve. Dalla Gazzetta dello Sport, Marco Nazzari, managing director Europe di Nielsen Sport, esperto di marketing sportivo: “Le franchigie Nba cambiano casacca con facilità e nessuno si lamenta, col tempo prevarrà la curiosità sulla diffidenza”. Come si può paragonare il basket Nba al calcio italiano e/o europeo? Quali affinità ci sono mai state e quante ce ne saranno? Non sono forse due discipline figlie di una cultura profondamente diversa per non dire antitetica? Il problema del calcio, e anche delle maglie di chi lo gioca, è che arrivano ad occuparsene quelli che non conoscono né la storia, né la tradizione, né i campanili. Mutuano esempi o costumi da altri sport, li impongono convinti che queste decisioni aumentino gli introiti, non si curano né del sentire dei tifosi. I soli costretti a pagare (e tanto) per continuare a dirsi tali.

@gia_pad