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Ho frequentato le scuole medie e il ginnasio dai salesiani. Erano tempi in cui gli istituti religiosi erano governati da un pesante oscurantismo intellettuale che non ammetteva deviazioni. La quotidianità del collegio, a parte le due ore di ricreazione da dedicare al pallone, era pesante al punto da spingere alla ribellione. Due Messe al giorno e la Benedizione pomeridiana non rappresentavano un momento di riflessione utile all’anima ma quasi un castigo per la mente. Tant’è, una volta terminato quel percorso di “malaeducation”, come ben definisce il titolo di un film di Pedro Almodovar, la strada che attendeva i “reduci” era quella dell’anticlericalismo se non proprio dell’ateismo.

Un vero peccato perché, comunque, si trattò di una grande occasione persa. In origine gli insegnamenti ispirati dalla religione possiedono una valenza altamente positiva se trasmessi con autentico amore cristiano e non con il timbro della costrizione ortodossa e anche un poco fanatica da “crociate” permanenti. E su questo riflettevo l’altro giorno assistendo e ascoltando Papa Francesco che parlava a diecimila ragazzi del Mozambico riuniti al Pavillon Maxaquene di Maputo in quel quartiere della capitale dove visse e crebbe uno fra i campioni del calcio più importanti della storia. E proprio sulla figura del leggendario Eusebio e sulle sue imprese sportive il Pontefice ha voluto incentrare il suo lungo ma semplice e intrigante discorso proponendo, in pratica, una nuova formulazione del Vangelo in modo da attrarre ed emozionare l’anima dei giovani che lo stavano ascoltando.

La parabola di un bambino poverissimo e orfano di padre che vive in un Paese colonizzato dai portoghesi e governato da un dittatore della peggior specie come Salazar. La storia, comune per tanti ragazzini dell’epoca, di un pallone fatto veramente con gli stracci e non soltanto per modo di dire. Lui è bravo. Il più bravo di tutti. Allora, come accadeva agli schiavi Mandingo, viene nutrito, ingrassato e spedito nella capitale europea per rendere grande il Benfica che è il fiore all’occhiello del calcio portoghese. Missione compiuta. Eusebio, nel tempo, sarà in grado di oscurare persino il mito di Pelè che, nel 1966, aiuterà ad alzarsi dal campo dopo essere stato abbattuto da un avversario. Era il segnale del passaggio di consegne. Era il sogno realizzato di un poverissimo bambino di colore destinato a infoltire l’oceano umano degli ultimi e degli esclusi ma che riuscì a emergere e a vincere la sua battaglia restando aggrappato a un sogno chiamato pallone riscattando così se stesso e con lui l’intero popolo del Paese africano bagnato dalle acque dell’Oceano Indiano.

Poi Francesco ha voluto proseguire con una’altra parabola di vita vissuta. Quella dell’atleta, anche lei mozambicana, Maria Mutola che da piccola giocava a pallone e poi diventò una gazzella sugli ottocento metri piani. In parallelo con Eusebio ci stava la sua esistenza da esclusa. La fame, la rabbia, l’orgoglio, il riscatto e la volontà di essere da esempio non solo nello sport ma nella vita quotidiana di popoli in cerca di libertà e di autodeterminazione. Ebbi la fortuna di veder gareggiare e poi di conoscere Maria Mutola a Città del Capo, in Sudafrica, nel giorno del meeting mondiale organizzato per celebrare la fine dell’apartheid e l’elezione del presidente Nelson Mandela. I suoi occhi da tigre in quel corpo da gazzella non ebbero bisogno di tante parole a corredo.

Papa Francesco, gesuita e non salesiano, ha dunque inventato un nuovo modo di comunicare il vero spirito della religione che non significa frequentare distrattamente il Tempio ma coltivare il sogno anche in mezzo alla strada. E, perché no, in un campo di calcio o su una pista per l’atletica.