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C’è un mistero che non è un mistero. Cosa ha detto Enrico Mantovani a Pasquale Sensibile quando gli si è avvicinato, alla fine della partita con il Varese? Un consiglio? Una parola di solidarietà? «Forse sarebbe meglio dire cosa avrei voluto dirgli», racconta l’ex presidente, che aveva seguito la partita con il fratello Filippo e la sorella Ludovica in tribuna d’onore. «Ero ospite, sono andato a salutare Vittorio Garrone prima di andare via. C’era la gente che li stava ricoprendo d’insulti, mi ricordo quando capitava a me. Poi ho pensato di dire qualche parola a Sensibile, che conosco di vista ma non di persona. So che in certi momenti una parola fa bene. Ma l’atmosfera era troppo tesa. L’ho pensato ma non l’ho fatto, non era il momento. Ho sentito gridare di tutto. Se gridi “Devi morire” a Vittorio Garrone, lo gridi alla sua famiglia. E non è giusto, anzi è una vera schifezza».

Lo è, spiega, perché basta fare i conti: «È un anno solare che va tutto alla rovescia, ma prima ci sono stati otto anni veramente belli». Ora, però, l’eclisse continua, la Samp è prigioniera del cono d’ombra. «Da tifoso sampdoriano come sono, è difficile sentirsi più depressi», spiega. E ci sono cose che è difficile accettare, con l’occhio del tifoso: «Una squadra che non mostra mai capacità di reazione, un giocatore sampdoriano che finisce la partita e abbraccia un avversario. Sarà pure fair play, sarà stato un amico ma certe cose ai tifosi fanno male. Li vedi e riesce difficile non pensare che a loro, in campo, freghi molto meno che a te, che ti mastichi il fegato in gradinata, nei Distinti o in tribuna. E poi vedi la squadra e non capisci che progetto tecnico ha, se ne ha uno: vedi tre dietro e cinque nel mezzo fermi, che non si smarcano, non fanno cose elementari. Mai».

Poi c’è un punto di contatto, tra l’Enrico Mantovani tifoso e l’Enrico Mantovani ex presidente. Una liaison sottolineata venerdì a suon d’insulti. «Li ho presi anch’io, ero lì e ce n’era per tutti. Anche se è passato un po’ di tempo». Appunto, dieci anni esatti. Fra la Sampdoria che ha rischiato la C con la gestione Mantovani-Salvarezza e la Sampdoria che ora inizia a passeggiare sul baratro. «Con una differenza, che non sottolineo per accampare scusanti ma perché è un dato oggettivo. Quella stagione doveva essere di transizione, si stava preparando il passaggio di proprietà. All’inizio di questa, invece, c’erano altri obiettivi dichiarati. Un anno fa, o poco più, la Sampdoria era in Champions. Allora al passaggio di proprietà stava lavorando proprio Duccio Garrone che prima di Natale venne negli spogliatoi a parlare alla squadra anche se non aveva ancora alcun incarico ufficiale. Doveva essere l’intermediario, divenne presidente. E, ripeto, per otto anni ha fatto veramente bene».

Poi si è rotto qualcosa. «Se mi chiede quanto avrei scommesso sulla salvezza della Sampdoria, subito dopo la cessione di Cassano e Pazzini, le rispondo: qualunque cifra. Invece è successo. E quest’anno sembrava tutto diverso. Poi è arrivato il Torino e il giocattolo si è rotto».

Ora Enrico una ricetta l’avrebbe. «Da tifoso. Facile parlare con i soldi degli altri. Anche perché la mia ricetta prevede un prezzo». Da presidente c’è chi gli ha voluto molto bene e chi lo ha odiato molto. Da tifoso - e con il suo cognome - vale la pena ascoltarlo. «Io credo che si possa dare una sterzata anche a una stagione come questa», dice. «In un modo solo, però: cambiando molto. Per dire: l’obiettivo dev’essere avere uno spogliatoio a larga maggioranza di facce nuove. Diciamo che devi far arrivare sei giocatori e farne andare via dodici. Soprattutto se hai detto al mondo che vuoi fare la rivoluzione. Se lo dici, poi la devi fare perché se no, non ti segue più nessuno, ti ritrovi solo gente demotivata. Faccio due conti: almeno tre milioni per far arrivare i nuovi, altrettanti per far andar via giocatori di cui ti vuoi liberare, e tutti lo sanno».

Tornando alla squadra senza cuore. «È facile dire che ci vuole qualcuno che sappia attaccare i compagni al muro dello spogliatoio, è facile dire che Palombo non ha queste caratteristiche. Sicuro che fra quelli che devono andare via, oggi come oggi, c’è anche lui. Oppure può restare: lui e una squadra nuova. Se no, non tornerà mai a essere il vero Palombo».

Aprire le finestre e fare entrare aria nuova. Per chiudere con dignità? «Magari anche per agganciare i playoff. Se vai all’estero, due giocatori che ti cambiano il volto alla squadra li prendi per cinque o sei milioni in tutto. Non servono fenomeni. Dico uno proprio come Kurtic del Varese o come Halfredsson del Verona. Insomma, credo che l’unica soluzione, potendo, sia cambiare tante facce e forse anche la guida tecnica, l’allenatore. E a Sensibile, che non è certo il più colpevole, darei un supporto: credo che il primo a esserne felice sarebbe lui».