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La sentenza del Tribunale federale sul caso tamponi, e prim'ancora le richieste della Procura contro la Lazio, danno un'indicazione chiara e per certi versi sconcertante: violare il protocollo anti-Covid, approvato con grande fatica e considerato il totem per la gestione della pandemia all'interno del calcio, non è grave. Chi lo fa rischia un'inibizione per sé, ma niente per la propria società la quale - si presume - da questa violazione ha tratto un vantaggio. Penalizzazioni in classifica? Nemmeno a pensarci.

Sia chiaro, noi qui non stiamo giudicando il comportamento della Lazio. A questo ha pensato il Tribunale federale, il quale ha emesso un verdetto di colpevolezza. Ha infatti condannato tre tesserati importanti del club: il presidente e i due responsabili dello staff medico, tutti inibiti (per 7 mesi Lotito, per 12 Pulcini e Rodia), mentre alla società è stata data una multa di 150 mila euro (quisquilie per un club di tale importanza). E proprio da questo parte la nostra considerazione: se la Lazio è venuta meno alle regole del protocollo anti-Covid, e lo sostengono i giudici con le condanne, com'è possibile che se la cavi con un'ammenda? Ancora più difficile da comprendere è la scelta della Procura, perché è da questa che parte tutto: perché per una responsabilità così importante ha pensato che fosse sufficiente una pena pecuniaria?
Quando Lotito fa capire che a suo avviso questo processo era mirato contro di lui, si basa proprio sulla richiesta della Procura: potevano far pagare tutto al presidente con quei 13 mesi di inibizione, facendolo fuori dal Consiglio federale, e sarebbe effettivamente accaduto se il Tribunale avesse confermato la richiesta di squalifica superiore a un anno. Fatto sta che, da adesso in poi, chiunque sa che violare il protocollo anti-Covid costa solo un po' di soldi e la sospensione di qualche dirigente e medico. Niente di drammatico, insomma.

@steagresti