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“Sento spesso discutere i miei nipoti di calcio. Anzi, ad essere sinceri non parlano d’altro! D’altronde se sei nato in Argentina il calcio è parte integrante della tua vita.
Andare a scuola, lavorare, sposarsi, fare figli, giocare a calcio e andarlo a vedere allo stadio.
Tra un asado e l’altro …
Li sento parlare di Messi, di Cristiano Ronaldo, di Neymar, di Mbappè, di Modric …
I miei occhi non sono più buoni come una volta ma li ho visti giocare, anche se solo in tv.
Bravi certo, alcuni di loro molto bravi.
E’ la stessa cosa di trent’anni fa con Maradona, con Zico, Kempes e Platini.
O di prima ancora con Di Stefano, Pelè, Cruyff, Rivera e Beckenbauer.
Me li ricordo bene tutti quanti.
La memoria ce l’ho ancora buona.
Qualcuno di loro l’ho visto giocare anche dal vivo,
Ma vi garantisco che nessuno di loro era forte come lui.
Mio padre faceva il ferroviere e un lavoro sicuro voleva dire qualche soldino in più in tasca.
E così mi portava con se, tutte le settimane, a vedere il River.
Ricordo ancora la prima partita.
Avevo 7 anni quando mio padre mi portò nel nostro nuovissimo, meraviglioso Monumental.
Era stato inaugurato pochi mesi prima, a maggio, in una partita amichevole contro gli uruguaiani del Penarol.
L’epoca d’oro del club era appena iniziata ma in quell’anno c’era una squadra più forte del River.
Erano i rossi di Avellaneda, l’Independiente, che al centro dell’attacco avevano quel fenomeno di Arsenio Erico.
Il mio esordio da tifoso al Monumental fu per una partita contro il Talleres de Remedios de Escalada.
Erano la “cenerentola” del campionato.
Mio padre aveva scelto apposta quella partita.
Sapeva che il River avrebbe vinto facile.
Voleva che mi innamorassi anch’io come lui della “Banda” e non c’è niente di meglio per un bambino di vedere la propria squadra vincere !
Mi disse anche di non guardare troppo il nostro centrattacco, Luis Rongo.
“Vedi Nestor, lui è quello che fa i gol, ma solo perché attorno ha dei giocatori fantastici che gli servono palloni che lui quasi sempre deve solo spingere dentro. Quello che devi osservare con attenzione gioca a centrocampo, ha i baffi ed ha tutto quello che serve per giocare a calcio. Si chiama JUAN MANUEL MORENO”.
Non era difficile notarlo.
A parte che era alto e forte fisicamente.
Ma era facilissimo da seguire perché dove c’era la palla c’era sempre anche lui.
Andava a prenderla dai difensori, la portava in avanti a volte scambiandola con i compagni a volte facendo anche 30 metri palla al piede.
Poi arrivava nei pressi dell’area. Attirava su di se l’attenzione di due o tre avversari.
A quel punto poteva fare due cose: una era passarla ad un compagno in posizione migliore e mandarlo in gol. L’altra era saltare come birilli quegli avversari e poi andare lui stesso a concludere.
E quando il pallone ce l’aveva lui avevi sempre quella sensazione che stava per succedere qualcosa di importante. “Quella sensazione che solo i geni del calcio sanno regalarti” diceva sempre mio padre.
Mio padre aveva ragione.
Andai centinaia di volte a vedere il River di Moreno, quello che poi diventò “La Maquina”.
Nel quintetto d’attacco con lui c’erano Munoz, Pedernera, Labruna e Lostau.
Sono diventati un mito e sono felice che se ne parli ancora oggi.
Chissà se sarà così anche per Messi, Ronaldo, Neymar ecc. fra 70 anni …
La Maquina.
E pensare che tutti e 5 insieme in campo contemporaneamente non sono arrivati a giocare 20 partite !
Ma si sa com’è … le leggende quando nascono poi rimangono per sempre.
Moreno era una leggenda già allora.
Dentro e fuori dal campo.
Mio padre mi raccontava che quando lui e la mamma un paio di volte all’anno riuscivano a risparmiare i pesos per andare all’ESQUINA HOMERO MANZI a ballare il tango trovavano immancabilmente Moreno, lanciato nella danza e circondato sempre da bellissime donne.
Moreno amava la vita notturna, il tango, le donne e l’alcol.
Ma poi in campo era sempre il migliore di tutti e nessuno aveva il coraggio di rimproverargli nulla.
Ormai ho smesso di provare a convincere i miei nipoti.
Non ce l’avevo fatta con mio figlio figuratevi con questi ragazzini che vedono partite di calcio tutti i giorni e che conoscono a memoria le formazioni di tutte le più grandi squadre del mondo.
… Ma che non ci provino a tentare di convincere me !
Lo penso da quando avevo 7 anni … JOSE’ MANUEL MORENO è stato il più grande calciatore di sempre.

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Josè Manuel Moreno nasce a Buenos Aires il 3 agosto del 1916.
Il padre fa il  poliziotto e lui è unico figlio maschio della famiglia.
Il piccolo Manuel inizia a giocare a calcio nel suo quartiere, la Boca, diventando, come la più naturale delle progressioni, un fanatico hincha del Boca Juniors.
Il Boca, nonostante la fama delle doti del ragazzino sia conosciutissima, non lo ritiene all’altezza.
Dopo un provino, viene scartato.
Josè Manuel lo prende come un autentico affronto.
Giurerà vendetta al “suo” club.
La maniera migliore per farlo è giocare per gli acerrimi rivali del River Plate.
Già a 18 anni fa parte della rosa della prima squadra e nel 1936, a soli vent’anni, è già un titolare inamovibile. Proprio in quell’anno inizierà il periodo d’oro del River.
A fargli da chioccia nella prime due stagioni c’è il celebre Renato Cesarini (si, proprio quello dei “gol in zona Cesarini) che, da poco rientrato dai 6 anni nella Juventus, chiuderà proprio nel River la sua carriera di calciatore.
Moreno gioca a centrocampo, inizialmente come interno sinistro e poi spostandosi sul centro destra. E’ un giocatore unico per caratteristiche tecniche e fisiche.
Ha grandi doti tecniche ma è al contempo robusto e slanciato.
Segna con entrambi i piedi, segna da fuori area e in acrobazia.
Ed è fortissimo nel gioco aereo.
In più, è un lottatore indomito, cosa raramente associata a giocatori di grande tecnica e fantasia.
Al River rimane fino al 1944 vincendo trofei in serie e diventando il giocatore più celebre della celeberrima “Maquina” del River, il quintetto d’attacco composto da Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Lostau.
Insorgono però dei problemi contrattuali e Moreno, non sentendosi valutato come merita, emigra in Messico.
Gioca due stagioni ad altissimo livello e quando torna al River nel 1946, insieme al soprannome “El Charro” che si porterà dietro per il resto della carriera, porta in dote un altro titolo di campione conquistato con il Real Club Espana.
Al suo ritorno al River i tifosi dei Millionarios impazziscono letteralmente.
La sua prima partita con la “banda” è contro il Ferro.
Nello stadio “Arquitecto Ricardo Etcheverri” entrano in 45.000, ben 10.000 in più della capienza dello stadio e altrettanti rimangono fuori dai cancelli.
Tutti per festeggiare il ritorno di Moreno che non deluderà le attese segnando tre dei 5 gol che il River realizzerà quel giorno.
Al suo fianco sono rimasti Labruna e Lostau mentre il posto di ala destra è stato preso da Reyes e come centravanti gioca un ragazzino, con una grande tecnica e velocissimo: si chiama Alfredo Di Stefano.
Dopo aver aiutato a mettere altri titoli in bacheca Moreno emigra ancora.
Stavolta in Cile, nell’Universidad Catolica.
Un buon team che Moreno trasforma nel più forte team del Cile, vincendo immediatamente il campionato, il primo nella storia de “Los Cruzados”.
In Cile Moreno è venerato.
Guadagna come mai aveva guadagnato in Argentina ma accade qualcosa che lo convince a tornare in Argentina.
C’è un’offerta importante, ma stavolta non è il River Plate.
E’ la squadra che amava da bambino e che lo scartò facendogli versare lacrime inconsolabili.
Il Boca Juniors vuole Moreno.
Il Club della Bombonera viene da anni difficili, con risultati scarsi, ben al di sotto delle attese della sua meravigliosa “hinchada”.
Con Moreno il Boca si trasforma.
Sfiora il titolo, arrivando al secondo posto.
Lontano dal fortissimo Racing Club di Guillermo Stabile ma due posti meglio del River Plate …
Dopo il ritorno in Cile nella stagione successiva ci sarà una stagione in Uruguay, un breve ritorno in patria con il Ferro Carril Oeste per poi iniziare la lunga avventura nel calcio colombiano con l’Independiente di Medellin, prima da giocatore e poi da tecnico.
Anche qui in Colombia ci saranno due trionfi in Campionato nel 1955 e nel 1957.
Giocherà la sua ultima partita nel 1961, a quasi 45 anni.
Moreno è il tecnico del Medellin che sta giocando un’amichevole contro il Boca Juniors.
Il Boca sta vincendo per due reti ad una e per i colombiani sembra impossibile ribaltare il match.
Ad un certo punto Moreno, che sta assistendo vestito in borghese dalla panchina, si fa consegnare maglietta, pantaloncini, calzettoni e si infila gli scarpini.
Scende in campo, segna due reti e l’Independiente vince la partita per 5 a 2.
Cinque minuti prima della fine del match Moreno si ferma, alza le braccia per salutare il pubblico ed esce dal terreno di gioco.
Sarà la sua ultima partita.
 
ANEDDOTI E CURIOSITA’
 
Josè Manuel Moreno, nome praticamente sconosciuto in Europa, è  considerato uno dei più grandi calciatori sudamericani di tutti i tempi.
La prestigiosa FEDERAZIONE INTERNAZIONALE DI STORIA E STATISTICA DEL CALCIO lo ha inserito al 5° posto tra i calciatori sudamericani del 20mo secolo. Davanti a lui solo Pelè, Di Stefano, Maradona e Garrincha.
 
L’altrettanto famosa rivista inglese “4-4-2” nella classifica dei 100 migliori calciatori di tutti i tempi colloca Moreno al 31mo posto … davanti, per intenderci, a gente come Stanley Matthews, Gianni Rivera, Rivelino, Roberto Baggio, Alberto Schiaffino e ai suoi connazionali Omar Sivori, Daniel Passarella, Adolfo Pedernera e Mario Kempes.
 
Non aver mai potuto disputare un Mondiale con la maglia dell’Argentina è stato sicuramente un altro importante deterrente per la sua fama da questa parte dell’oceano.
Anche se con i biancocelesti vinse due Copa America (1941 e 1947) segnando 19 reti in 34 partite.
 
Il suo amore per il ballo e le belle donne lo mise spesso nei guai. Durante la sua permanenza in Messico ebbe una accesa discussione con un altro avventore del night club dove Moreno e alcuni suoi compagni di squadra stavano trascorrendo la serata. Pare che il diverbio si fosse scatenato proprio per colpa della vedette dello spettacolo, ambita da entrambi.
Moreno viene invitato dal rivale a risolvere la questione da uomini, fuori dal locale e lontano da occhi indiscreti. Moreno ovviamente accetta ma mentre sta uscendo dal locale un suo compagno di squadra gli si avvicina “Charro, quello è Kid Azteca, un pugile professionista” lo avverte preoccupato.
“E allora ? Siamo sempre uno contro uno” è la risposta di Moreno.
Dopo qualche minuto Moreno rientra nel locale, con qualche segno ma comunque sulle sue gambe.
“Allora Charro, come è andata ?” gli chiedono i compagni di squadra.
“Se ci fosse stato un arbitro avrebbe dichiarato un pareggio” fu la tranquilla risposta di Moreno.
 
Il coraggio non è mai mancato a Moreno. Nel 1947 durante una partita contro l’Estudiantes decine di tifosi dei “Pinchas” avevano invaso il campo puntando ad arrivare all’arbitro dell’incontro colpevole secondo loro di essere stato decisivo nella ormai certa sconfitta dei propri beniamini. Moreno fece scudo personalmente all’arbitro dissuadendo gli inviperiti tifosi locali dal farsi giustizia contro la giacchetta nera.
 
Sempre in quell’anno durante una partita contro il Tigre un sasso lanciato dagli spalti lo colpì in piena fronte provocandogli una brutta ferita. Moreno si fece dare una spugna con la quale si ripuliva dal sangue che sgorgava dalla sua fronte terminando senza problemi la partita.
Quando a fine partita i compagni gli chiesero del perché avesse per forza voluto continuare il match in quelle condizioni la risposta fu molto chiara “Per dare la soddisfazione a questi idioti di aver fatto fuori Moreno ? No ragazzi. Quando mi toccherà farmi soccorrere su un campo di calcio è perché non sarò in grado di uscire con le mie gambe !”.
 
“Mi rimproverano le mie tante notti a ballare il tango. Ma avete idea che fantastico allenamento è il tango per un calciatore ? Ritmo, equilibrio, rapidità nei movimenti e coordinazione. Il TANGO è perfetto per il calcio !” questa era la frase ricorrente del “Charro” a chi gli rimproverava le sue “noches milongueras”.
 
Quando il giovanissimo Pelé fece con il Santos la sua prima tournèe in Argentina chiese solo una cosa ai suoi dirigenti: “Voglio conoscere Moreno”. Saputa la notizia un orgogliosissimo Moreno rispose “Dite pure a quel bravo pibe che lo aspetto qui con un asado pronto”.
All’epoca Moreno viveva già a Merlo e per problemi organizzativi non fu mai possibile organizzare l’incontro tanto desiderato da “O’Rey”.
 
Infine, una confessione. Sempre con la massima onestà e senza peli sulla lingua in un Paese dove la fede calcistica è sacra. “Per gli strani casi della vita ho trionfato dalla parte opposta in quella che avrei voluto. Ma io sono e sempre sarò un “bostero”(tifoso del Boca)
 
Le statistiche ci hanno detto che nel Ventesimo secolo “El Charro Moreno” è stato il 5° miglior calciatore del Sudamerica.
Però ai pochi “vecchi” rimasti che potete incontrare nei bar o nei circoli di Buenos Aires non importano le classifiche, i numeri, o i Mondiali non giocati.
Perché chiunque vide giocare Josè Manuel Moreno giura e spergiura che MAI più nessuno, su un campo di calcio, fu migliore di lui.