Il calcio che siamo abituati a conoscere è una carcassa abbandonata nel deserto: l’avvoltoio che la smembra è il business televisivo. Il progresso tecnologico è uno dei grandi temi dell’ultimo mezzo secolo: come abbiamo più volte ripetuto, esso ha evidenziato i suoi pregi e spesso ha palesato anche le sue pecche, di cui la maggiore è probabilmente la pervasività. Il calcio è uno degli ambienti più caratterizzati e influenzati da questo processo e, del resto, è impensabile pretendere che resti immutato nel corso del tempo. Una delle pochissime certezze ad esempio per tifosi e simpatizzanti era che il pallone (specie quello nostrano), come nel più elementare sillogismo aristotelico, risultava inevitabilmente collegato alla domenica. Da diversi anni tuttavia è in corso un graduale processo di spezzettamento teso a oltrepassare una visione di questo sport per alcuni ormai anacronistica, e che invece va verso un modello spettacolarizzato, pensato prima per il consumatore che per il tifoso partecipante.

Scusa Ciotti, intervengo dallo Zaccheria di Foggia dove la Salernitana è appena passata in vantaggio, al 30esimo del primo tempo, con un gol su calcio di rigore di Logarzo

Una frase più che familiare per milioni di italiani, dalla storica trasmissione radiofonica Tutto il calcio minuto per minuto; la contemporaneità delle gare ci portava infatti in uno stato di angoscia continua, si arrogava il sacrosanto diritto di tenerci sulle spine e con il fiato sospeso, in perenne attesa del collegamento e in un meccanismo masochista che aspettavamo nuovamente, di domenica in domenica.

Un tuffo in un passato che da questa stagione sembrerà ancora lontano, retaggio di un calcio pian piano privato dei soliti riferimenti e sempre più inquadrato come asset strategico. Con il prepotente ingresso del business finanziario e mediatico all’interno del calcioapprossimativamente da inizio anni ’90 quando, con il mondiale in casa, vennero ampliati e modernizzati i sistemi di trasmissione delle partite attraverso strumentazioni nuove e più tecnologiche – ci si accorse che la tradizionale contemporaneità delle gare non garantiva allo spettatore, non ancora consumatore onnivoro, la possibilità di seguire più partite. Sarà l’inizio dell’era delle piattaforme televisive commerciali private, che trovarono nella passione calcistica italiana un target perfetto su cui fiondarsi. 

I primi anni ’90 rappresentarono quindi uno spartiacque per il nostro paese, sul piano politico come in quello calcistico. È in questi stessi anni che il parlamento approvò la Legge Mammì sulla regolamentazione dei mezzi di comunicazione, che permise a Tele+  – cordata composta da Leo Kirch, Vittorio Cecchi Gori e Silvio Berlusconi tra tutti – di aggiudicarsi diverse concessioni televisive per una piattaforma a pagamento. Dal 1993 al 1996 essa operò attraverso un contratto con la Lega Calcio che consentiva la trasmissione di una sola gara per giornata calcistica, un anticipo o un posticipo. La svolta giunse nel 1996 quando, attraverso l’accordo con la Lega, si aggiudicò una copertura quasi totale della Serie A, dando il via ad un monopolio ostacolato solo dalla presenza di Stream Tv, altra piattaforma privata e competitor di Tele +.

La stagione 1999-2000 fu quella decisiva. Furono infatti introdotti i “diritti soggettivi” che prevedevano che le televisioni non trattassero più con la Lega Calcio per i diritti sugli incontri ma direttamente con le società calcistiche. Con questa cruciale novità il business televisivo modificò inevitabilmente il settore sportivo, dando avvio ad un confronto a due (Tele+ contro Stream TV) sul palinsesto. La situazione divenne così complessa che per quatto stagioni gli incontri furono spalmati su due piattaforme differenti, creando ovviamente diversi disagi allo spettatore medio. La concorrenza si fece poi sempre più spietata fino a che nella stagione 2002-2003 le società minori di Serie A, insoddisfatte degli incassi, rallentarono l’attuazione dei bandi per l’assegnazione dei diritti, posticipando addirittura l’inizio del campionato.

Giunti a questo punto a prendere le redini dello streaming sportivo fu nel Luglio 2003 Sky Italia che, unendo sotto un unico format Tele+ e Stream Tv, si aggiudicò l’assoluto monopolio; nel frattempo la piattaforma acquisì un’influenza sempre maggiore su Lega Calcio e società, fino alla storica decisione della stagione 2005-2006 di spostare la Serie B al sabato. Un avvenimento simile fece inizialmente enorme scalpore tra le tifoserie e gli appassionati, creando un pericoloso precedente che, come ben sappiamo, negli anni successivi favorirà il definitivo smantellamento della vecchia e sacra domenica calcistica.

Certi cambiamenti, tuttavia, non avvengono dall’oggi al domani. I presupposti essenziali che favorirono lo sgretolamento del tradizionale calendario furono diversi e si incrociarono. Con la nascita, l’ingresso nel mercato e la crescente popolarità delle Pay tv, diminuì la presenza di spettatori e tifosi. In primis a favorire il fenomeno dell’allontanamento dagli stadi fu il prorompente aumento dei prezzi dei biglietti, un caro prezzi che, ricordando vagamente il modello thatcheriano nell’Inghilterra a cavallo tra gli ’80/90, aveva come ultimo obiettivo l’allontanamento dagli stadi dei ceti popolari, meno abbienti, più inclini – secondo diverse statistiche e il parere di illustri antropologi e sociologi –  ad intraprendere azioni in grado di condizionare il tranquillo proseguimento del match; nel frattempo il prezzo degli abbonamenti delle Pay Tv calò vertiginosamente, divenendo alla portata di tutti. 
Come se non bastasse il giro di vite nei confronti dei gruppi Ultras e le ingenti misure restrittive a seguito di episodi drammatici – il caso Raciti o la morte di Gabriele Sandri – hanno ulteriormente complicato la situazione, sia a livello reale che di percezione. La via d’uscita poteva dunque essere rappresentata dal modello Allianz Stadium, che ha dato il via alla corsa per la privatizzazione degli impianti; il problema è che  se da un lato questo modello garantisce un considerevole sviluppo sul piano societario e finanziario, dall’altro spesso comporta una deriva elitaria sull’esempio inglese, evidenziata negli ultimi giorni con la pubblicazione degli esorbitanti prezzi degli abbonamenti per la stagione 2018/2019 (i settori più “popolari” partiranno da 595€), tagliando fuori chi non si può permettere una simile spesa. 

In tutto ciò per le società non vi è nessun reale margine di negoziazione; la dipendenza del calcio italiano dal business dei diritti TV è tale da doversi consegnare interamente alle aziende televisive, ad oggi l’unico modo per sopravvivere finanziariamente. Del resto, dando una rapida occhiata ai bilanci, l’intero sistema si basa su questo genere di introiti, e risulterebbe impossibile per le società non aderire a questo diktat. Infatti gli incassi dei match, gli sponsor e il merchandising messi insieme non raggiungono neanche lontanamente l’importo garantito alle società dai diritti TV. Oltretutto è il cosiddetto “market pool”, il sistema con il quale si ripartisce il montepremi economico, ad essere il vero motore propulsore dei campionati: questo spinge le società a garantirsi un posto in Europa, ad attuare gli acquisti, a definire obiettivi stagionali.

Ed allora addio Rita Pavone, addio alla partita di pallone, figlia di un calcio che scandiva puntualmente e inesorabilmente la vita degli Italiani. Dalla stagione 2018/2019, infatti, con i diritti televisivi assegnati alla spagnola Mediapro, il campionato spezzatino è una realtà confermata ed ampliata. Si passerà infatti dalle cinque fasce orarie della scorsa stagione ad almeno otto, divise in tal modo: Sabato una partita alle ore 15, una alle ore 18, ed una alle 20,30. La domenica si inizia con la soporifera partita delle 12,30, poi solo tre sfide alle 15, una alle ore 18,30 ed infine la serale delle 20,30. Lo spezzatino si conclude poi il lunedì con il posticipo delle 20,30. Una spartizione simile a quella della Liga, capace di garantire uno share molto remunerativo. 

La contrapposizione che riguarda oggi il primato sportivo televisivo, caratterizzato dal confronto tra Mediaset e Sky, ricorda vagamente la situazione prima citata tra Tele+ e Stream che circa un decennio fa, esattamente come in questo caso, fece sì che il campionato si prestasse ad una metodica asta estiva. Oggi però con il perentorio sviluppo di un universo di piattaforme private, la questione è ancora più complessa. Una di queste, Dazn, attraverso la brillante acquisizione dei diritti tv riguardanti il campionato di Serie B 2018/2019 (negli anni passati completamente in mano a Sky) si è imposta rispetto ad altri competitor, ridistribuendo i diritti tramite accordi successivi e dettando le sue condizioni. Difficilmente vedremo di nuovo la creazione di un altro cartello televisivo monopolista, ma una cosa è certa: già dalla prossima estate si assisterà ad una lotta senza esclusione di colpi, in cui la nascita di nuovi e disparati gruppi d’interesse televisivi e del web darà filo da torcere agli oramai usuali network privati.

La partita, infatti, non si gioca solo nella sfera televisiva ma soprattutto in quella multimediale. Un primo assaggio lo abbiamo avuto negli anni passati quando, con la nascita di Sportube, l’allora Lega Pro venne trasmessa sul web mediante appositi abbonamenti, delineando la modalità alla quale potremmo assistere nei prossimi anni. Oggi gli appuntamenti con il campionato sono serviti al consumatore infiocchettati di tutto punto, venduti in pacchetti, presentati e pubblicizzati come il prodotto-spettacolo per eccellenza che sotterra un modello di calcio che ha resistito per decenni; quella cultura che si era sviluppata nel nostro Paese – e non solo – fatta di simboli, tradizioni, identità, rappresentazioni che trascendevano il campo e creavano comunità, viene oggi sempre più venduta al nuovo offerente, avendo come modello di riferimento una spettacolarizzazione del calcio sul modello dell’NBA americana, decisamente più remunerativo. 

I più penalizzati sono i tifosi ai quali, con una simile divisione degli eventi, risulta complicatissimo seguire la propria squadra, perdendo il riferimento domenicale con tutto ciò che esso comportava. Gli stadi continuano in molti casi a svuotarsi mentre il gioco, inevitabilmente, perde di credibilità ed appetibilità per il tifoso tradizionale, lasciando spazio a nuovi soggetti e nuovi tifosi in un passaggio tutt’altro che neutro. Stiamo certamente assistendo alla fine del calcio per come lo conosciamo; non è più infatti il prodotto che si adegua al consumatore, ma dev’essere il consumatore ad adeguarsi al prodotto. Il problema è che, se si parla di calcio, il semplice riferirsi a consumatori e prodotti può essere una clamorosa autorete a due minuti dal fischio finale.

Tratto da www.rivistacontrasti.it