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Era ormai tempo di tornare a casa. Alassio, Vigo, poi Barcellona: quasi due mesi lontano dall’Italia. Se le cose fossero andate bene non ci sarebbe stato problema. Anzi, il successo amplifica gli effetti dell’adrenalina e non senti la fatica. Invece così, dai giorni opachi in Galizia a quelli torridi della Catalogna, un giorno valeva almeno per due perché sembrava di vivere in un incubo e non vedevi l’ora che tutto finisse.

Gli azzurri, subito dopo la gara con il Camerun, avevano deciso di dare vita alla loro protesta nei confronti della stampa italiana che, a loro avviso, aveva calcato la mano nella critica. Era scattato così il silenzio stampa dei giocatori con i soli Bearzot e Zoff autorizzati a parlare in conferenza. Una tragedia professionale soprattutto per i quotidiani sportivi che con le parole degli azzurri riempivano intere pagine. Costruire il giornale era dunque un’impresa titanica che produceva uno stress incredibile. Rammento che avevo il compito di redigere una rubrica quotidiana con i presunti pensieri di Paolo Rossi. Parlandone insieme in seguito ne ridevamo insieme e ora mi viene da piangere pensando al caro amico. Non se ne poteva più. Noi soprattutto.
Alla vigilia di Italia Argentina, in molti pensammo che la nostra permanenza in Spagna stava per finire. Io e il collega Fabio Vergnano de “La Stampa” andammo oltre. Preparamno la valigia in hotel e ci affrettammo nel raggiungere un’agenzia di viaggio per prenotare il volo di ritorno a Torino, da Barcellona, per il giorno successivo alla gara. Ci voleva infatti un bel coraggio per immaginare che la nostra nazionale dalle gambe molli potesse avere un minimo di chance contro Maradona e i suoi “fratelli” campioni del mondo. Ripensandola oggi viene da dire che quella nostra azione così anti-italiana fu una sorta di scaramanzia al contrario che portò bene all’Italia.

Tutti sanno come è andata a finire non solo quella partita ma anche il seguito di una storia diventata leggenda che i quarant’anni trascorsi non son riusciti a opacizzare. Diego Maradona quel pomeriggio al Sarria, lo stadio nel centro di Barcellona che ora non esiste più, venne ridotto alle lacrime e con la maglia strappata da un leone tripolino con i baffi. Lo stesso Claudio Gentile che, lo ricordo come se fosse adesso, uscendo dal campo a fine gara si attardò un momento sotto la tribuna stampa e guardando verso di noi urlò molto chiaramente: “Bastardi!”. Già… e manco senza gloria.