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La Superlega, l’opera immaginifica di architettura calcistica voluta soprattutto da Florentino Perez e Andrea Agnelli, e sposata da 12 club, è durata 48 ore. A farla crollare sono stati - e non è retorica - soprattutto i tifosi, che si sono opposti con incredibile compattezza, ma mai con violenza, a questo progetto che avrebbe rappresentato la fine della meritocrazia nel calcio. Sono stati loro, i tifosi, a tirarsi dietro i politici, addirittura i capi di governo, compreso Draghi. E proprio la rigidità di uno di loro, Boris Johnson, è stata probabilmente decisiva; non a caso a mollare la presa sono stati innanzitutto cinque club inglesi.

Ci siamo opposti dal primo minuto a questa idea devastante, messa in piedi da società strapiene di debiti come mossa disperata per cercare di salvarsi. E ora osserviamo con soddisfazione, anzi con un senso di sollievo, il cambiamento di posizione di tanti club. Il calcio non è salvo, lo sport .
Sono state due giornate pazzesche, che sono già storia. E che lasceranno strascichi pesanti: niente sarà più come prima. Guardando in casa nostra, non possiamo fare a meno di evidenziare la sconfitta epocale subita da Agnelli. Si è esposto, ci ha messo la faccia; è passato dalla presidenza dell’Eca alla vicepresidenza della Superlega in un istante, come se niente fosse; si è preso del bugiardo da Ceferin e del Giuda da Cairo. Potrà adesso riproporsi nel mondo del calcio come se niente fosse successo? Con quale credibilità lo farebbe? Chi si fiderebbe ancora di lui? Queste 48 ore potrebbero avere segnato la fine dell’era di Andrea Agnelli alla Juve.

@steagresti