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"Ma chi pensa di essere… forse Niki Lauda?". A ciascuno di noi sarà capitato di sentirsi dire così da un poliziotto della Stradale che ci aveva fermati perché correvamo troppo sulla nostra automobile. Una frase, diventata luogo comune, che sta a significare la valenza universale del personaggio citato. Una metafora che continuerà a resistere nel tempo, da adesso in avanti, anche se il suo simbolo non c’è più. Perché Niki Lauda, che se ne è andato da questo mondo settant’anni, era una leggenda vivente. E una leggenda è per sempre. 

Ci sono partenze che colpiscono emotivamente più delle altre.. Quella avvenuta nella notte di ieri, in Svizzera, almeno personalmente mi ha provocato un discreto trambusto emotivo. Un salto a piè pari nel passato quando per il quotidiano Tuttosport mi occupavo anche di Formula Uno. Fu nel paddock della McLaren che incontrai il campione austriaco per un’intervista non esattamente tecnica. Mi interessava quasi esclusivamente l’uomo Niki. 

Quello che anni prima, a bordo di una Ferrari sul circuito del Nurburgring, era sceso all’inferno con il suo bolide rosso e lo aveva attraversato avvolto dalla fiamme per poi uscirne miracolato. I segni di quel viaggio apocalittico gli erano rimasti addosso come il marchio del diavolo. La chirurgia plastica era riuscita a fare quel che poteva nei limiti dell’umano, ma quello che era stato il volto classico di Lauda, molto simile a quello di un topino di Cenerentola, si era trasformato in una maschera piuttosto inquietante. 

Non osavo entrare nell’argomento estetico. Fu lui a togliermi dall’imbarazzo. "Bello non sono mai stato, ma ora sono davvero brutto. Però le assicuro che preferisco avere un volto brutto, ma un bel culo. Perché, mi creda, è proprio con il sedere che si sente e che si guida una macchina". Più o meno la stessa cosa che, anni dopo, mi disse Zanardi anche lui reduce da un altro tipo di inferno altrettanto devastante. 

Poi nei box entrò una donna. Si avvicinò a Niki e lo carezzò sulla guancia deturpata. Era Marlene, la sua compagna e madre dei due primi figli. Notai il gesto dolce ma più da sorella. Il loro matrimonio era già verso il tramonto, ma lei non poteva e non voleva lasciare a mezza strada l’uomo che aveva contribuito a far risorgere dopo l’esperienza infernale. Lauda era tornato forse non forte e temerario come quando vinceva con la Ferrari del grande Forghieri, ma assolutamente determinato a riprendersi il tempo che il destino aveva provato a sottrargli. E quel ritorno provvedeva a scrivere il nome del personaggio nel grande libro dei Mito. 

Del passato rimanevano le schegge di una memoria, anche quella incancellabile, delle grandi sfide con il nemico-amico James Hunt. Un altro personaggio da racconto omerico per la storia della Formula Uno. L’esatto opposto di Lauda. Sbruffone, rissoso, gran bevitore, la sigaretta sempre tra le labbra, donnaiolo impenitente e assolutamente bello. "Non mi fai paura, topolino" gli diceva James prima di ogni corsa. "E tu ancora meno, Casanova da strapazzo", gli rispondeva Niki. Poi andavano a risolvere la questione in pista e memorabili erano quelle sfide. Tanto che poi divennero anche un ottimo film, Rush, per il cinema internazionale. 

Hunt morì per infarto a cinquantatrè anni dopo aver beffato l’eterna Signora un sacco di volte sulla sua monoposto. Lauda, forse, in poco cominciò a spegnersi anche lui quel giorno perché con l’addio del nemico-amico se ne andava un pezzo importante della sua vita. Ma, essendo un pignolo e perfezionista tanto da meritarsi l’appellativo di computer umano, reagì secondo la sua natura reinventandosi protagonista anche lontano dalle corse. Due compagnie aeree, Air Lauda e Niki, e le automobili vissute da manager per Jaguar e Mercedes. Libri, documentari, e anche una comparsata su Topolino nei panni del pilota "Niki Bagnacauda". Eppoi, soprattutto e per sempre, nella voce della gente. "Ma chi ti credi di essere, Niki Lauda?".