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Increduli e sconvolti. La Lazio sintetizza gli occhi stanchi e la sensazione di deja-vu: il ragazzo della Primavera Daniel Guerini è deceduto in un incidente stradale su Via Palmiro Togliatti, a Roma. Chi vive la Lazio da tanti anni sa che, in qualche modo strano e terribile, non uguale ma una bolgia di dolore simile l'abbiamo già vissuta. Il campo della Primavera si chiama Mirko Fersini, lo stesso campo in cui giocava - rigiocava - da gennaio Daniel Guerini. Di fronte a questo fatto orrendo ci si può porre in due modi: lasciarsi straziare dalle immagini che corrono sui social dei suoi compagni di squadra, dalle sue foto, dai festeggiamenti, dallo spogliatoio tutto unito. Chiedersi come mai, come sia possibile: è umano, è giusto, fa parte di noi interrogarci sulla profonda ingiustizia della fine della vita, soprattutto di chi è nel suo massimo splendore e fiorire.  Tutto questo ci rende uomini e donne: non lasciarsi sempre intorpidire dalle nostre idiozie quotidiane, e fissare il mistero profondo che è la morte e la tragedia e l'inspiegabile. Non volevo scrivere di questo fatto, ma poi l'ho ritenuto giusto: facile scrivere di campo, di vittorie, di sconfitte, di polemiche e di Inzaghi. Troppo facile, lo facciamo tutti i giorni: non ne parliamo, della morte, delle implicazioni che ogni giorno di questa vita ci mette davanti, dei possibili bivii. Troppo duro, pensarla così. Volevo scappare, non parlarne. Non lo facciamo quasi ogni giorno?
Ci ho pensato subito, dopo aver letto la notizia, a quanto dolore, a quante profondità di abisso si possono sperimentare - e le abbiamo sperimentate tutti - dopo un lutto così grave, così vicino, così forte. Ho vissuto da vicino il dolore composto e profondo della famiglia Fersini, i memorial, la discreta presenza di Simone Inzaghi sempre e comunque. Ma ogni volta è una mazzata diversa, forte, feroce. Ogni volta è un dubbio, un interrogativo, un dolore lacerante. E arriviamo al secondo modo, il mio. Che vale poco, ma per quello che vale ve lo racconto. Personalmente coltivo l'assurda speranza che un giorno tutto questo ci verrà spiegato, chiarito, in qualche modo tutti questi dettagli che ci sembrano tessere spaccate di un mosaico di cose che potevano essere andranno al loro posto. In qualche modo profondo capiremo, in qualche modo profondo abbracceremo di nuovo, in qualche modo profondo le cose andranno al loro posto, le persone guarderanno allo spazio risibile di una vita, delle nostre vite, con uno sguardo di profonda comprensione e compassione e consapevolezza. Per chi - come me - è un grande appassionato di avventure spaziali, di cosmo, di supernove e buchi neri e immense masse di energia in movimento perfetto, perfino di Dio, tutto questo è una timida speranza: che in qualche non luogo, o luogo profondamente diverso, queste persone che oggi ci sembrano strappate siano già più felici, siano ancora nostre, siano già in quella consapevolezza. Ci guardino, ora, con quella consapevolezza profonda, compassione, comprensione di quanto dolore siamo, di quanto abbiamo bisogno di loro. Di quanto ancora, in un modo misterioso, possano contribuire a migliorarci, innestandosi in una nostra parte profonda. Forse è solo una piccola speranza, o una piccola consolazione, ma è l'unica che ho, l'unica che posso condividere con voi.