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Questa non è una lettera d'addio a Biglia, che ci ha preso per mano, un ritiro di Fiuggi di tanti anni fa, e da quel momento, in un modo o nell'altro, era sempre al centro. Neppure una triste e melanconica tirata d'orecchie. O un grido di giubilo (e se ne sentono, rauchi). Solo un saluto ad un capitano. Alla fine è stato un capitano. Anche il mio.  Non mi vergogno ad ammetterlo, ora che tutti sono così impegnati nella damnatio memoriae (la solita, tra l'altro). Lucas Biglia mi ha rappresentato. Anche quando ha scelto il Milan, perché ci sono stati momenti, in cui tutti pensano di mollare. Mandare a gambe all'aria. Andare via. Non tornare. Però poi la maglia, i ricordi, tutto lega. Fa rimanere, fa amare ancora. Alla fine Lotito è stato accontentato. Quel che voleva l'ha ottenuto, e pazienza per le 24 ore di umiliazione che ha regalato a Biglia. Se le merita, no? Ma questo è un controcanto, una costrostoria. Che risale negli occhi del capitano Lucas Biglia, quando dettava i tempi del nostro gioco e ne alimentava le fonti. Mai del tutto amato, mai del tutto veramente apprezzato. Risale al primo ritiro di Fiuggi, sotto un sole spaccatempie, con un regista argentino biondo come Gesù. Che ce lo ha tatuato, Gesù. E verticalizza. Armonizza. Spiega. Non tutti saranno d'accordo con me. Ma in questo controcanto, degli altri me ne infischio. Lucas Biglia è stato il mio capitano. È stato il mio capitano perché parlava poco, con lo sguardo alto. Perché ha sempre preferito ad atteggiamenti spacconi una calma superiore. E in questo ricordi i laziali. Perché ha sempre difeso ogni spiccio caduto a terra, ogni centimetro di campo. Finché è stato alla Lazio, Biglia è stato il mio capitano perché Biglia è un uomo vero. È meno eroe, perché ha scelto il Milan, è meno uomo valido, intero, vertical? Forse. Sicuramente non è più il mio capitano. Semplicemente. Che in questo straccio di cuore significa tante cose. Che l'estate troppo calda rimarrà più stretta, angusta. Che al suo posto misureremo successori, e forse li troveremo meno degni. Meno eroici. Meno verticali. Semplicemente meno belli. Come un ricordo che svolazza, sudicio, nei vicoli, portato da un vento malsano del Nord. Quel Nord che andava combattuto, e invece ancora si arricchisce, andando a depredare quello che è più prezioso. Il male ai miei occhi forse l'hai fatto. Ma io l'ho perdonato. Perché forse è solo un segno dei tempi. Non lo so più, che cosa ti ho perdonato, Lucas Biglia. Forse riesco perfino a perdonarti di non essere laziale.  Forse ti ho perdonato perfino di avere meno coraggio di noi, attaccati, depredati, illusi che resistere, restare vivi, sopravvivere, sia infine  la dimostrazione che i sogni possono essere realizzati. E infatti ci illudiamo, che l'amore per la maglia ci renda in qualche modo speciali, degni, e renda gli altri mercenari, lontani, stracciati. Stretti come labbra che non sanno dire neppure arrivederci. Come uno straccio di cuore, che quel capitano, quel suo modo di essere capitano, in qualche modo l'ha capito. E adesso lo hanno visto tornare, senza nessuno che lo prenda per mano. Io questo Lucas Biglia, questo strano, silenzioso, capitano, nonostante tutto, in fondo ora ancora io lo abbraccerei.