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Se oggi ripenso alle parole di Tare di questa settimana, rilasciate in una lunga intervista al Corriere dello Sport, ci leggo tanto ds biancoceleste, tante ambizioni, tante conferme anche all'idea che mi ero fatto.

Punto primo: la Lazio crede molto alla sua politica dei piccoli passi. Io ripeto spesso - nelle occasioni in cui qualcuno me ne dà occasione, per qualche strano motivo capita - che ho iniziato a seguire la Lazio giornalisticamente da ragazzino, ora sono un uomo con un figlio, ho qualche capello bianco e la Lazio continua a fare passettini. 

Punto secondo: in tutti questi anni di Lotito ho capito una cosa. La rosa arriva ad un massimo, il ciclo si ferma, si ricomincia. Questa rosa nello specifico è molto spintonata dal presidente verso l'obiettivo Champions: è la prima che ha tanti big premiati e ben pagati, ha forse tutte le qualità per lottare davvero. Ha anche un allenatore che ha un credito importante. Per il suo passato da calciatore vincente, ma soprattutto perché da allenatore, da zero, ha messo su identità, gioco, forza mentale. Lui, e la sua squadra.

Per questo mi sento di dire che questa politica - di cui Tare non parla apertamente, ma che percorre tutta l'intervista - è ambiziosa, ma forse per una volta andava eccezionalmente abrogata. E andava fatto un bel passone lungo, magari prima con un bel respiro di apprensione. Lo dico perché penso che la Lazio sia un club sano - grazie a Lotito, diciamolo - e abbia il potere di farlo. La capacità, anche la potenza. E ha deciso di continuare coi piccoli passi. Ora il grande passo dovrà farlo la squadra. Se supportata da quelle che ora pensiamo scommesse, forse lo farà pure. Io so solo che non vedo l'ora di vederla giocare, e non mi succedeva da anni. Anche questo, forse, è un piccolo passo in avanti.