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Leo Longanesi suggeriva di parlare dell’elefante quando si vuole evitare di parlare d’altro. Qui parliamo della pallavolo (o volley) per non parlare (non subito) di calcio. Le pallavoliste azzurre vanno dunque ai Giochi di Tokyo 2020, dopo avere conquistato la qualificazione nel torneo di Catania. Giocano benissimo, sono alte, belle, hanno movenze feline e grinta ferina. Hanno entusiasmato il pubblico sul posto, chissà se esaltandosi  grazie anche al fattore-campo, che talora è una cretinata talaltra un doping, e dal video che dà fama e contratti.

La pallavolo è ritenuto a torto sport divertente e semplice, propedeutico di altri. Nel senso che fanno bene a giocarlo i tennisti come i calciatori, i cestisti come i pallanuotisti. Una sorta di ginnastica, ecco, ultimamente praticata assai sulle spiagge. In realtà è sport/gioco assai complesso per la preparazione (impegna assai braccia, gambe e testa), per la varietà dei ruoli e per l’effettuazione  in campo di schemi offensivi e difensivi. Talora sembra essenziale, semplice, scuoiato e al limite della scarnificazione: ricezione del servizio avversario per il passaggio numero 1, il passaggio numero 2, la schiacciata, il punto. In realtà a questa essenza si arriva dopo prove innumeri, per mettere a terra il pallone facendolo passare da lì o da là, sopra o intorno al muro “nemico”.

Come sport di squadra è l’unico che vieta del tutto qualsiasi contatto con l’avversario: un limite, un pregio, a piacere. I contatti ci son persino nel cricket, versione antiqua e chic del baseball: ma sono casuali, e in inglese “to be cricket” signifca anche essere corretto, educato (cricket vuol anche dire grlllo, boh). Nella pallavolo pure la punta della scarpa nel campo avversario, non sul piede dell’avversario, è punto contro.

I calciatorini azzurri, chiamati a qualificare l’Italia per i Giochi 2020, hanno fallito, nonostante che il torneo ad hoc fosse ospitato da noi. Poche le recriminazioni: il calcio olimpico dei dilettanti e degli studenti e dei militari, e adesso parzialmente aperto anche ai superprofesisonisti , non ci dice niente di bello da Berlino1936, primo e ultimo nostro oro. Roma 1960  ci vide addirittura sconfitti dal sorteggio, roba da matti per noi amici dei Santi. In semifinale 1 a 1 con la Jugoslavia, anche dopo i supplementari, monetina e ciao: schieravamo i giovani, c’era un certo Rivera. La Jugoslavia vinse il titolo sulla Danimarca di cui avevamo scoperto e comprato i campioni dopo il loro bronzo ai  Giochi di Londra 1948.

I pallavolisti azzurri, che come le colleghe hanno vinto di tutto a livello mondiale, però mai arrivando all’oro olimpico, si giocheranno la qualificazione olimpica da venerdì a Bari: fattore campo “convocato” anche lì, per uno sport però dove la tecnologia aiuta eccome, presto e bene, l’arbitro a non sbagliare, sui palloni dentro o fuori o sui tocchi di mano a cercare le palle schiacciate.

Ma dove vogliamo arrivare? Semplice: a dire che la pallavolo (il termine ci piace più di di volley: è un peccato di antimodernità?) merita molto. Questa nostrana è grande di suo, ha giocatori e soprattutto giocatrici di alto valore e forte umanità. Di colore due azzurre strepitose, Miriam Sylla nata in Italia da genitori ivoriani e Paola Egonu nata in Italia da genitori nigeriani. Myriam ha 22 anni 22, Paola ne ha 19. Paola è schiacciatrice terrificante, dopo un secondo posto mondiale ha fatto outing, ringraziando in un’intervista la sua fidanzata che l’aveva consolata per l’oro mancato. Giocava, Paola, allora in una squadra piemontese di Novara  legata ad un collegio di suore, ora gioca in Veneto, a Conegliano.

Quanto a modernità e libertà e sicurezza di sé ci siamo eccome (nessun riscontro fra i maschietti). Ma c’è altro. Qualsiasi giovinetta  pallavolista, che sia anche la studentessa di scuola media che comincia a fare sul serio in questo sport, sa subito di tecnica sulla palla, schemi, barriere difensive assai più di qualsiasi calciatore anche superlaureato dalla gloria, miliardario ma ignorante del suo stesso sport. Il sospetto, molto nostro anzi personalissimissimo, è che la stessa ragazzina ne sappia più di tanti giornalisti, che pure parlano di schemi come di cibo mentale e fisico di tutti i giorni.

Uno di loro, magari chi scrive queste righe, una volta interrogò a Copenaghen Karl Hansen, uno dei calciatori danesi celebri negli ultimi anni quaranta e tutti gli anni cinquanta, e questi gli disse che dopo la sua avventura italiana - Atalanta, Juventus, Sampdoria e Catania - lui, per inciso professore d’inglese (ad un certo punto giocava da professionista possente il sabato in Inghilterra e la domenica in Danimarca) aveva cercato e trovato – su un giornale! - un ingaggio in Scozia, ad Aberdeen città di vento. Gli chiesero di specificare il ruolo, lui tradusse il nostro lessico e disse centrocampista, midfielder in inglese. L’allenatore gli disse: “Mai visto segnare gol da centrocampo, il centrocampo è perdita di tempo, va saltato con palloni lunghi, per arrivare presto nell’area nemica. Qui per 45minuti ci aiuta il vento alle spalle, per gli altri 45 lo stesso vento ci costringe a stare schiacciati nella nostra area”. Si adattò e scordò quasi tutti i discorsi italioti sulla tattica.