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Lezione di calcio dell’Atalanta a San Siro. Lezione di calcio di Gasperini a Pioli. Lezione di calcio da parte di una squadra che da tre anni impone il proprio gioco non solo in Serie A, ma addirittura in Champions League. C’è poco da fare: i bergamaschi sono più avanti dei rossoneri in questo percorso di costruzione di una grande squadra attraverso un gioco moderno, fatto di duelli uno contro uno a tutto campo. Hanno una forza diversa e una maggior consapevolezza. Non foss’altro perché hanno intrapreso questa entusiasmante strada due anni prima rispetto al Milan. 

La partita di ieri è stata una severa lezione per Pioli e i suoi ragazzi, ma non deve togliere alcun merito al Milan, protagonista di un girone d’andata incredibile e inatteso da tutti i pronostici. Non è giusto paragonare lo 0 a 3 di ieri alla cinquina di un anno fa. Oggi il Milan è meritatamente "campione d’inverno" e anche se si tratta di un titolo solo simbolico, certifica l’eccezionale lavoro svolto da Maldini, Pioli e Ibra. Le sconfitte contro Juve e Atalanta testimoniano che la grande differenza di valori tecnici tra il Milan e i suoi competitor difficilmente permetterà ai rossoneri di mantenere il primato. Per farlo, la squadra di Pioli dovrà avere una tenuta fisica e soprattutto mentale addirittura superiori a quelle dimostrate finora. Le tante defezioni e il calendario fittissimo di impegni impongono di smaltire subito il contraccolpo psicologico scaturito dalla dura lezione dei tre gol di Romero, Ilicic e Zapata. Occorre avere una solidità di gruppo e una consapevolezza di forza almeno pari a quelle messe in mostra nel girone d’andata

Da questo punto di vista siamo proprio sicuri che le dichiarazioni di Ibra nel dopopartita siano state propedeutiche al bene della squadra? Sapete quanto in questa rubrica sia sempre stato ampiamente celebrato lo svedese, sia per il suo apporto sul campo sia perché dopo tanti anni di vani tentativi è stato l’unico in grado di restituire al Milan la dignità della grande squadra. Con la sua straordinaria forza da trascinatore è riuscito a motivare e coordinare un gruppo di giovani giocatori che, prima del suo arrivo, sembravano l’armata Brancaleone. Ha riportato a Milanello la serietà quotidiana, il culto del lavoro e lo spirito di sacrificio e rispetto per la maglia. Lo ha fatto con il suo esempio e con i suoi modi, da bastone più che da carota. Lui stesso, la scorsa estate, si era definito: "giocatore, allenatore e dirigente". 
Ecco, siamo sicuri che un bravo allenatore o un bravo dirigente avrebbe detto quelle cose dopo la cocente batosta presa dall’Atalanta? Apprezzabile, da parte del leader carismatico, l’iniziativa di presentarsi davanti a microfoni e taccuini dopo la debacle. Sinceramente mi aspettavo che l’Ibra saggio e maturo di questo suo meraviglioso crepuscolo sportivo prendesse parola per difendere il gruppo o addirittura per addossarsi le responsabilità Questo avrebbe dovuto fare un vero leader. Almeno pubblicamente. E invece dopo la partita abbiamo rivisto la parte peggiore di Ibra ventenne e trentenne, quella del campione solitario, non dell’uomo squadra. Quella del fenomeno che si ritiene tale e considera gli altri inferiori di due-tre categorie. Quella che spesso, non ultima la fatidica stagione 2011/12, ha condizionato i gironi di ritorno delle sue squadre. Invece di giustificare i propri giovani compagni e di caricarsi le colpe, Ibra ha attaccato tutti. Ha attaccato Pioli discutendone scelte e dettami tattici ("fin dalla prima partita si era detto che non sarei rimasto da solo in area e invece oggi non avevo nessuno vicino"), ha accusato alcuni compagni di scarsa esperienza ("si vede quando uno ha poche partite in Serie A") e ha criticato di altri la scarsa capacità di marcare ("hanno lasciato a Ilicic troppa libertà").

Posto che nel merito Ibra ha sicuramente ragione e che le sue critiche sono centrate, anche quelle a Pioli che ha operato scelte quantomeno discutibili, su tutte quella di Meité trequartista, il problema è un altro: era il caso di dire queste cose pubblicamente? Era il caso di criticare così apertamente il suo allenatore? Era il caso di ribadire ai propri compagni il fatto di essere inesperti e non fortissimi? Sicuramente l’intento di Ibra con quelle dichiarazioni era quello di spronare i suoi compagni a fare meglio e invitare l’allenatore a fare scelte tattiche più oculate. Ma non tutti i momenti della stagione sono adatti ad usare il bastone e non tutti i destinatari sono sempre ricettivi a questi stimoli. Il problema di Ibra è proprio questo: fa le sue uscite da leader per il bene della squadra, ma non sempre la aiutano a raggiungerlo. A volte si ottiene invece l’effetto contrario. Speriamo che non sia questo il caso e che Ibra continui a essere il leader indiscusso di una squadra compatta che riprende a giocare e a vincere come fino a pochi giorni fa. Sarebbe un vero peccato il contrario. E siamo sicuri che Maldini, che quando era capitano si faceva capire più con i silenzi che con le parole, spiegherà a Ibra che quelle dichiarazioni vanno fatte sì, ma all’interno dello spogliatoio

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