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Fine di un'ingiustizia. Dopo 18 mesi di privazione della libertà, Rui Pinto, protagonista dell'operazione Football Leaks, rientra stasera in pieno possesso della propria libertà. Ne era stato privato il 23 gennaio 2019 in Ungheria, in esecuzione di una richiesta proveniente dal Portogallo. Quindi a marzo 2019 è stato estradato nel proprio paese dove è rimasto in regime di detenzione fino allo scorso 8 aprile 2020, quando è stato posto agli arresti domiciliari con divieto di accesso a internet. Un anno e mezzo in regime di restrizione senza avere subito un processo (che inizierà a settembre) e per accuse che riguardano esclusivamente crimini informatici e una fumosa ipotesi di tentata estorsione. Una severità di trattamento da stato di polizia, ai limiti dell'accanimento. Tanto da far tirare in ballo per Rui Pinto l'etichetta di prigioniero politico.

Adesso questo assurdo giudiziario è terminato. E il sollievo che viene dalla restituzione della libertà non deve far dimenticare la lunga ingiustizia. Ma bisogna anche guardare avanti, cioè alle prospettive che adesso si aprono riguardo alle rivelazioni di Football Leaks. A cui la magistratura portoghese è molto attenta, così come lo è stata verso le rivelazioni dello scandalo Luanda Leaks fatte dallo stesso Rui Pinto. E in questo senso le parole con cui la giudice Margarida Alves ha motivato la restituzione della piena libertà al whistleblower lasciano intendere il seguito. Viene fatto riferimento alla "continua e consistente collaborazione con la Polizia Giudiziaria". Parole piene di sottintesi. Tanto da far tornare a tremare chi credeva che Rui Pinto non fosse più un problema.

@pippoevai