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Marcello Lippi, campione del mondo con l’Italia nel 2006 e c.t. della Cina per la seconda volta nel giro di pochi mesi dal primo abbandono, ha un primato di cui non si vanta anche se potrebbe: è stato l’unico allenatore della Juventus a coniugare il gioco con i risultati, lo spettacolo con le vittorie. Ha conquistato tutto senza mai rinunciare a niente. A calciomercato.com ha concesso un’intervista esclusiva in cui, oltre a parlare del suo periodo in bianconero, affronta il presente del calcio italiano, senza per questo dimenticare gli esempi virtuosi della Cina.

Allora Marcello, come si fa a sposare il bel gioco con la necessità di vincere sempre o quasi?  
“Quando hai giocatori all’altezza è più facile raggiungere la qualità del gioco. E poi allora, parlo del 1994, in tutti noi c’era una fame di successi che non aveva eguali”.

D’accordo sulla fame, ma i giocatori bravi alla Juve li hanno avuti tutti gli allenatori o quasi.
“Vero. Però i calciatori con i quali io ho lavorato mi permettevano, a seconda delle loro virtù, di fare un calcio nuovo e ogni volta diverso. Prima con tre davanti molto forti fisicamente potevamo andare a pressare altissimi, accorciare con i centrocampisti e avere una difesa che di conseguenza si alzava, tanto da mettere costantemente in fuorigioco gli avversari. Poi, con l’arrivo di Boksic e Padovano, avevamo attaccanti velocissimi da innescare con le verticalizzazioni. Nelle mie squadre ho potuto contare su Baggio e Del Piero e su un centrocampo formato da Conte, Paulo Sousa e Deschamps. Quando ci siamo rinnovati sono arrivati Zidane e Nedved. Con giocatori così è difficile non centrare gli obiettivi”.

Ha qualche dubbio sulla nuova Juventus?
“Non ci possono essere dubbi su una squadra che ha vinto gli ultimi otto scudetti e in pochi anni ha disputato due finali di Champions”.

Eppure mi pare di aver letto che lei consideri Sarri ancora poco incline al turnover.
“Non è così, mi riferivo al tempo che serve per giocare un calcio diverso, più bello, ma più difficile, tutto a uno o due tocchi. Se lo fai quasi sempre con gli stessi ti occorre un certo tempo. Ma alla Juve, dove i calciatori bravi sono almeno il doppio e li devi per forza alternare, di tempo ne serve di più”.

Qualcosa di Sarri si è cominciato a vedere, però la Juve prende sempre gol su calcio piazzato e nel gioco aereo?
“La Juve di Madrid mi è piaciuta nel secondo tempo. Quanto alle palle inattive io credo che sia un  fatto transitorio e anche piuttosto casuale. Tra un po’ non accadrà più”.

Che giudizio dà delle altre squadre italiane dopo la prima di Champions?
“Grande Napoli perché ha giocato e vinto con merito al cospetto dei più forti d’Europa. E non lo dico solo perché sono i detentori della Coppa, ma perché il Liverpool ha giocatori di grande tecnica, straordinaria velocità e notevole consistenza fisica. Il Napoli ha saputo sia arginarli che colpirli”.

E dell’Inter che ci dice?
“Che mi ha sorpreso vederla così poco agguerrita. Immaginavo che lo Slavia fosse un avversario complicato, ma l’Inter ha giocato con furore solo negli ultimi dieci minuti. L’analisi di Antonio, dopo la partita, è stata sincera”.

L’Atalanta ha preso una brutta scoppola.
“Ha pagato dazio forse per l’emotività di qualche suo giocatore. A questi livelli prendere tre gol in un solo tempo di gioco è possibile, ma io sono convinto di due cose. La prima: l’Atalanta si  riprenderà anche in Champions. La seconda: nel campionato italiano continueremo ad ammirarla per gioco e risultati”.

A proposito di campionato. Cosa si può dire dopo appena tre giornate?
“Non molto, ma qualcosa sì. Per esempio che la corsa al vertice sarà di Juventus, Napoli e Inter. E che subito dietro io vedo Lazio, Atalanta e Fiorentina”.

La Fiorentina?
“Sì, a me la squadra piace. Si è parlato tanto della non buona prestazione della Juve a Firenze, ma bisogna anche dire che i viola hanno fatto una grandissima partita”.

Quale sarà la sorpresa?
“Potrebbe essere il Genoa. Mi piace molto la saggezza e la modernità di Andreazzoli, lavora con cura e tutti ricordiamo quanto bene giocasse l’Empoli. Al contrario, lo dico con il cuore, bisogna che alla Sampdoria si diano una mossa perché la partenza è stata molto brutta. Forse la situazione societaria non aiuta, ma i nodi devono essere sciolti, in un modo o nell’altro, altrimenti si rischia una stagione amara”.

E’ cambiato qualcosa nel modo di giocare delle nostre squadre?
“Sembrerebbe di sì. Si costruisce di più dal basso e non solo per via della nuova regola, ma anche perché c’è minore pressione sui difensori. Maggiore, invece, è la voglia di costruire un calcio offensivo, tanto è vero che in queste prime giornate si è segnato moltissimo. Va detto, però, che quando la preparazione atletica non è ancora al top emerge anche qualche difetto di concentrazione e la prestazione ne risente. Fra qualche settimana le difese dovrebbero essere più registrate”.

Purtroppo negli stadi è subito riesplosa la patologia del razzismo.
“Purtroppo sì, anche se io non credo che l’Italia sia un Paese più razzista di altri. Credo, piuttosto, che come è stato dimostrato in questi giorni con l’inchiesta sugli ultrà di Torino, ci sia chi fa cori razzisti o esponga striscioni indegni per ricattare o pressare i club”.

Perché è tornato in Cina?
“Perché mi ha voluto il presidente Xi Jinping. Per la sua visita a Roma ero stato invitato anch’io alla cena ufficiale. Quando mi ha visto, rompendo il protocollo, mi si è avvicinato e mi ha detto: “lei deve tornare in Cina”. E siccome non me la sono sentita di dire di no al Presidente della Repubblica, qualche giorno dopo mi ha contattato il ministro dello Sport e abbiamo incominciato a parlare. Volevano farmi un contratto di tre anni, ma io ho preferito uno: vediamo se riusciamo a qualificarci al Mondiale, poi decideremo”.

Calcisticamente parlando cosa c’è da imparare da quel Paese?
“L’entusiasmo per il calcio e, dunque, non solo per la propria squadra, e il tifo per. Il tifo contro non esiste. Anzi, quando arriva una squadra avversaria che annovera tra le sue fila un grande campione, tutti gli tributano applausi. E’ un riconoscimento alla sua carriera e alla sua storia”.

Quali cambiamenti ha favorito quando arrivò per allenare il Guangzhou Evergrande?
“Nel 2012 non esisteva un club che avesse una squadra del settore giovanile. C’era una seconda squadra, ma già con giocatori di 23/24 anni. Io dissi: se non facciamo i settori giovanili il calcio cinese non avrà mai futuro. Quando lasciai la Federazione nel 2012 ogni società aveva una squadra under 13, under 14, under 15, under 16, under 17 e under 18. Inoltre due calciatori under 23 devono obbligatoriamente giocare in ciascuna prima squadra”. 

Immagino che il calcio sia molto seguito in Cina
“Al Guangzhou avevamo una media di sessanta mila spettatori a partita. Con la Nazionale almeno cinquantamila. Sembrano tanti, ma per una popolazione come quella cinese, non sono ancora abbastanza”.