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Conta di più la fortuna o il fato? Se è fortuna, allora il Real Madrid di Carlo Ancelotti non può essere sicuro di battere il Liverpool nella finale di Champions League, stasera, a Parigi. Perché la fortuna finisce e la ruota gira. 
Se, invece, a governare le sorti del calcio è il fato, ovvero un destino a cui non si può sfuggire nel bene e nel male, non c'è dubbio che i blancos vinceranno ancora una volta (sono a quota tredici tra Coppe dei Campioni e Champions) e Ancelotti alzerà il quarto trofeo in questa competizione. Come lui nessuno mai. 

Ma Jurgen Klopp sa che il calcio è anche altro. E' collettivo, prestanza fisica, compatibilità tecnica e una buona dose di coraggio. Da questo punto di vista, il suo Liverpool è più squadra del Real. Il problema è che la forza fisica, questa sera, non possa essere accompagnata dall'energia (da tre mesi i Reds sono impegnati su quattro fronti), che qualche giocatore (quattro sono al rientro) non sia al meglio, che le individualità madridiste possano colpire e ferire, per poi far correre la palla, senza essere più riprese. 

La mia valutazione, personale perciò opinabile, è che il Liverpool, come valore assoluto, sia più forte, ma che il Real sia più fresco, più riposato, più allenato a vincere, oltre che più cinico e profittatore. 
Ancelotti e la sua squadra sono arrivati alla finale partendo sempre da sfavoriti. Ed ha ragione che dice che questa condizione sia favorevole al Real di questa stagione, sempre in bilico tra il tormento e l'estasi, la voragine e la salvezza, il disastro e il miracolo. Per questo richiama il fato, un potere incontrastato che sta scritto in cielo, sulla terra e in ogni dove. 

Curiosamente qualche commentatore l'ha buttata sulla vendetta. A me, sinceramente, la precedente finale del 2018 non sembra un tema serio, anche se mi permette di dire che Salah venne brutalizzato da Sergio Ramos nei primi minuti: l'egiziano uscì e il Liverpool perse velocità e pericolosità. Tuttavia la causa della sconfitta, Klopp la deve ancora cercare in una sua scelta e precisamente quella del portiere tedesco Karius, autore di due svarioni che regalarono all'avversario altrettanti gol. 
A ben vedere, dunque, non c'è niente da vendicare. Preferendo Karius, portiere tedesco voluto espressamente da lui, Klopp consegnò la Coppa al Real. 
Ora nessuno, meno che mai il sottoscritto, vuol far passare Klopp per uno sprovveduto. Primo perché non lo è. Secondo perché lo dimostrano le sue squadre. E, in lui, se alberga lo spirito di vittoria, non c'è quello della vendetta. 
Certo, ha più problemi di Ancelotti.
Mentre Carlo ha recuperato tutti (anche Marcelo ora panchinaro fisso), Jurgen è alle prese con il dubbio Thiago Alcantara, giocatore fondamentale per la manovra. 

Chi dice che Ancelotti e Klopp si somigliano, o parla della stazza o capisce poco del calcio che esprimono. Il Real è tecnica allo stato puro e Ancelotti, con il passare del tempo, è diventato sempre più un gestore dello spogliatoio. Gestore amatissimo e perciò funzionale a una squadra dove non brilla solo Benzema, prossimo Pallone d'Oro. Basti pensare a Modric, a Kroos, all'indispensabile Casemiro senza parlare del giovane Valverde, equilibratore autentico tra le due fasi. 

Klopp non è meno amato, ma chiede ai suoi un gioco dispendioso: la sua massima espressione di vitalità è il gegenpressing, un pressing con scalate in avanti una volta persa la palla. Jurgen, ancora adesso che è un allenatore affermato, studia e sperimenta. Carlo dispensa consigli ai suoi giocatori senza far capire loro che sono ordini e che solo ascoltandolo potranno vincere. 

Azzardando il mio solito, spericolato pronostico, dico Real Madrid senza merito, come senza merito è stata - almeno secondo me - la qualificazione contro il Paris Saint-Germain e, soprattutto, la gara di ritorno con il Manchester City. 
In quel caso Carletto che, va ricordato, ha vinto una Champions ai rigori (Juve) e un'altra (Atletico Madrid) ai tempi supplementari, dopo aver pareggiato a tempo scaduto, ha avuto una gran fortuna. Ma se era fato, allora Klopp non ha speranza. E, ancora una volta (tre sconfitte in quattro finali europee), perderà amaramente.