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Come un quadro di Van Gogh, di Ligabue oppure come “L’urlo” di Munch. La follia al potere. Una follia lucida e consapevole compagna lungo una strada che l’ha portata all’Inferno, in quel luogo dove non ci si annoia a differenza del Paradiso, dal quale è tornata interiormente identica a quella che era partita. Testimoni del lungo viaggio di andata e ritorno i segni delle bruciature e le cicatrici frutto di mille battaglie sostenute e sempre vinte malgrado i prezzi altissimi pagati. L’anima è rimasta illibata e lei è vergine incontaminata dalle mille brutture che ha visto.

Sotto la luce di questa verità vera è impossibile non vedere la grandezza di Loredana Bertè e di definirla un autentico simbolo non generazionale ma trasversale in grado di affascinare e di sedurre anziani, giovani e giovanissimi con l’arma che va ben oltre quelle che, spesso, sono soltanto canzonette. Non a caso questa donna di settanta anni, agghindata come una ragazzina, i capelli da extraterrestre, una minigonna che lasciava vedere gambe e cosce sode, la voce potente e prepotente ha trasformato il Festival più bizzarro di tutta la sua storia nella cartolina animata di un viaggio destinato a varcare le Colonne d’Ercole.
Non è retorica. E’ la sintesi di una carriera e di una vita. Le sue. Quelle di Loredana, ragazzina calabrese di Bagnara, vittima con sua sorella Mimì di un padre padrone e perciò fatalmente ribelle e anarchica. Non le occorrevano bombe per farsi sentire. La bomba era la sua voce, quasi un ruggito da ”leonessa”, grazie alla quale esternava senza alcun tipo di pudore le sue idee di rivoluzionaria sociale. Prima beat, poi punk, infine soltanto Bertè. Quella che sfidava le convenzioni e la moda perchè era lei a dettarne le linee guida in maniera talvolta sfacciata. Padrona di se stessa, costi quel che costi, e quindi difficile da sopportare. Bella e sexy rapì in cuore di Adriano Panatta e poi quello di Borg. Ma parlava con la luna che bussava alla sua porta e, non essendo una signora, veniva puntualmente scaricata. L’unico a restarle sempre accanto, come autentico amico, è stato ed è ancora Renato Zero altra anima candida e mai in vendita.

L’immenso dolore per non essere riuscita a sostenere la sua grande sorella Mimì avrebbe potuto annientarla. Invece, proprio in quel girone infernale dei sentimenti più intimi, Loredana ha saputo trovare gli elementi alchemici necessaria alla sua resurrezione. La formula è sempre la stessa, dall’infanzia a oggi. Lotta dura senza paura contro le ingiustizie di un mondo fasullo e violento. Una crociata culminata ieri sera sul palco dell’Ariston, con i suoi piedi infilati in quelle scarpette rosse simbolo della guerra al femminicidio, dove la sua presenza ha reso opaca e trasparente quella dello stesso attesissimo Ibra. L’Italia prigioniera del Covid è stata tutta per lei. Ora toccherà a Ornella Vanoni, che di anni ne ha ottantasei la quale, come Loredana Bertè, non finisce mai. E sarà un’altra serata magica.