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Non ci sono molti discorsi da fare sul “caso” di Fedez e della sua pubblica denuncia fatta, in diretta televisiva, nel corso del Concertone organizzato dai sindacati per il Primo Maggio. Il suo attacco prima alla Lega per le immonde frasi omofobe e poi ai vertici di Rai 3 i quali, prove alla mano, avevano tentato di zittirlo con un atto censorio è stato un legittimo e sacrosanto sputtanamento della politica oscurantista e del Quinto Potere asservito a quella stessa mala politica. A fronte di quanto è accaduto e di ciò che è stato rivelato sull’indecenza di coloro che campano anche grazie al canone pagato da tutti i cittadini, etero e trans e gay e lesbiche compresi, il minimo che possano fare i responsabili dell’ente pubblico televisivo è quello di rassegnare le dimissioni dopo aver chiesto scusa alla parte offesa. E questa è la prima considerazione che viene spontanea.
Quella successiva, la seconda, appartiene ad una sfera più alta e meno viscerale ma certamente più importante della prima perché riguarda direttamente lo status, pratico e morale, del nostro Paese. La domanda è molto semplice così come tremendamente desolante la risposta. In quale Italia stiamo vivendo se a ergersi come difensore dei più elementari diritti civili e umani deve scendere in campo un rapper miliardario scavalcando cloro i quali sarebbero tenuti a fare per primi la stessa cosa e a battersi per ottenere giustizia? Sia chiaro, evviva Fedez sul serio per ciò che ha detto e fatto. Però che tristezza nel dover assistere al silenzio assordante di chi avrebbe il dovere di combattere e battere il Potere al medesimo tavolo fa gioco. Lo facevano Enrico Berlinguer, Marco Pannella, lo stesso presidente Sandro Pertini. Chi avrebbe dovuto raccoglierne l’eredità ci ha lasciati indifesi e soli a cantare la canzone di un rapper contro il Sistema.