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Con il voto di ieri il popolo dell’Umbria ha decretato il crollo della muraglia rossa che caratterizzava il profilo politico di una tra regioni italiane tradizionalmente fedeli alla sinistra. Se un simile evento dovesse ripetersi anche a fine gennaio, quando spetterà alla gente dell’Emilia Romagna decidere da chi vuole essere amministrata, il governo giallo-rosso in carica avrebbe ben poche possibilità di sopravvivenza. 

Gli italiani, oggi più che mai, stanno dimostrando di preferire una politica esercitata sulle corde dell’empatia piuttosto che dalla razionalità. Una tendenza che fa buon gioco a favore di coloro i quali, per trovare il consenso, usano principalmente gli strumenti del facile qualunquismo populista raccontando agli elettori ciò che vogliono sentirsi dire più che non ciò di cui il Paese ha necessità, seppure a costo di sacrifici. 

Non a caso la first lady di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni si è posizionata al primo posto nell'indice di gradimento. Il suo atteggiamento da “mamma Roma” contemporanea è riuscito a fare presa trasversale. Lo stesso Silvio Berlusconi, pur nella sua manifesta imbalsamatura geriatrica, possiede ancora una discreta dose di quel carisma che lo aveva portato nell'ormai lontano 1994 a venir eletto come il simbolo di un annunciato nuovo risorgimento. 

Al centro di questo panorama c’è, comunque, Matteo Salvini, la cui figura e le cui azioni fanno da metronomo per l’intero meccanismo della destra che, come il gatto con il topo, sta in agguato pronto a non mancare la preda non appena se ne presenterà l’occasione. Un gioco facile, comunque non impossibile, visto che la controparte da Zingaretti a Di Maio e in parte a Conte continua ad avere il sapore freddo  del sushi. 

Ma è in particolare sul leder leghista che è necessario fare una riflessione e porsi una precisa domanda. Il suo inatteso harakiri estivo a base di mojito sul palcoscenico del Papete fu veramente quel clamoroso scivolone che consentì agli avversari della sinistra di tornare in vita come il Lazzaro dei Vangeli, o piuttosto non si trattò della massa di un diabolico e volpino piano studiato a tavolino per presentarsi più forti alla resa dei conti? 

Il risultato elettorale di ieri spinge pensare che quella giusta sua proprio la seconda tesi. Due le ragioni. Salvini, può piacere oppure no, è nel panorama nazionale praticamene l’unico “animale politico” per nascita e per lungo corso. Salvini era consapevole che, se fosse rimasto lui al governo, avrebbe dovuto affrontare e sciogliere tutti i nodi intricatissimi che il pettine del nuovo esecutivo ha districato solo in parte scontentando la gente. 

Potrà, dunque, anche essere imbarazzante pensare a Matteo Salvini che “inventa” una strategia persino più astuta di quelle tanto care al vecchio Giulio Andreotti, ma si tratta di un sospetto fondato e sostenuto dai fatti. Il leader leghista, al pari di un consumato giocatore di poker, potrebbe aver clamorosamente bluffato facendo cadere nel trappolone avversari in grado solamente di giocare  briscola. Non era ubriaco e non straparlava a vanvera, quel giorno al Papete, Non era mojito quel che beveva, ma acqua colorata.