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Intervistato dal Corriere dello Sport il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha parlato a tutto tondo dello stato dello sport italiano fotografando il momento di crisi dovuto all'emergenza coronavirus, ma ampliando il discorso ai programmi futuri.

DA MARTEDI’ NOVITA’ - “Da uomo delle istituzioni credo che si sia voluto dare un segnale di sensibilità e di attenzione e confermare la priorità della salute pubblica. Ma questo ha innescato una serie di reazioni a catena con le quali ci troviamo a fare i conti. Da lunedì non posso che sperare che il rispetto delle prescrizioni adottate rimetta il Paese nelle condizioni di rientrare nella normalità. Ma nessuno lo può garantire e, di conseguenza, penso che si stia navigando a vista. Martedì sapremo se i divieti hanno funzionato, o se sono stati una scommessa persa e pagata cara”.
 
DANNO ECONOMICO - “Rappresentiamo il 2 per cento del Pil, più l’indotto. Fate voi. C’è un danno economico enorme, ma c’è anche un danno propriamente sportivo. Se ti annullo una competizione in casa, valida per la qualificazione olimpica, la tua squadra avrà meno chance. Se hai una finale di Coppa del mondo di un grande sport, che è a rischio, il danno per quella disciplina si proietta nel futuro. Ed è incalcolabile”.
 
OLIMPIADI – “Parlo ogni giorno con i vertici del Comitato. Non ci sono controindicazioni sul programma olimpico. In Giappone non c’è niente di diverso da ciò che facciamo noi. Quindici giorni di stop per prevenire sviluppi futuri. Ma non sono in discussione le grandi manifestazioni internazionali. L’obiettivo per l’Italia ai Giochi 2020 è fare meglio di Rio. Non è facile, perché ci sono nazioni nuove che si specializzano in qualche disciplina e, magari, ti portano via una medaglia. Se guardi il medagliere di quarant’anni fa, trovi solo quindici nazioni e le prime cinque da sole valgono l’80 per cento del podio. Quella concentrazione è finita. Se allora si vinceva con ottanta medaglie, ora ne bastano quaranta”.
 
DOPING – “L’Italia passa come uno dei Paesi con più casi al mondo. Ma se leggi bene i numeri, scopri che una gran parte non riguarda la fascia alta dello sport, quella per intenderci che accede alle competizioni internazionali e alle Olimpiadi. Perché nella rete ci sono molti atleti master di discipline non olimpiche. Vuol dire che il sistema antidoping è terzo e indipendente, e che i controlli sono capillari. Nel calcio i controlli ci sono e sono rigorosi. È vero, tuttavia, che riguardano due soggetti a partita, mentre tra titolari e riserve ne vanno in campo una quarantina”.
 
DONNE – “Sembra proprio di sì. Ad oggi abbiamo 194 atleti iscritti e la metà esatta sono donne. Ma alla fine delle qualificazioni potrebbero essere in maggioranza. Sarebbe la prima volta nella storia. Se le donne fanno più sport è merito del Cio, che ha aperto loro le porte. Oggi non ci sono più sport nel programma olimpico che le donne non praticano, tant’è vero che sono entrate anche nei pesi. Mentre ci sono specialità esclusivamente femminili, come il nuoto sincronizzato e la ginnastica ritmica, dove gli uomini non riescono a qualificarsi”.
 
VAR E MOVIOLA – “A volte guardo le partite con mio padre. La sua generazione non ha conosciuto neanche la moviola. Mi chiede: ti sembra normale punire la casualità? Penso sul fallo di mano di aver risposto. Challenge? Sinceramente, non credo sia la soluzione. Temo che spezzetterebbe troppo la competizione. Credo che bisognerebbe lavorare a monte. Migliorare la qualità delle decisioni e il rapporto arbitro-Var”.
 
SCUDETTO – “Mi pare un dato acquisito che la dittatura della Juve sia finita. Chi è favorito? Faccio un ragionamento di buon senso: chi è concentrato su una sola competizione può metterci dentro tutte le energie fisiche e mentali. La Lazio vive questa condizione. Se penso solo alle incertezze dell’Inter sul calendario, anche per via del Coronavirus, non vorrei stare nei panni di Conte”.
 
IMPRENDITORI STRANIERI – “Quanti sono i nuovi grandi imprenditori italiani? Fai fatica a riempire le dita di una mano. Se guardi in giro per il mondo, trovi invece che ogni anno nascono centinaia di billionaire. È normale che questi s’intrighino all’idea di acquisire un brand sportivo italiano. Perché quel brand vale. Forse più di proprietà immobiliari, più di un bel quadro. E offre una gratificazione personale, o piuttosto un’occasione per coinvolgere un figlio nell’attività di impresa, o per tornare alle origini di una famiglia che, magari, proviene da questo Paese".
FRIEDKIN COME ZHANG - "Non concosco Friedkin e smentisco chi dice che io lo conoscevo. Ho avuto sì contatti con lui e con suo figlio, tramite comuni amici. Credo che a invogliarlo sia una forte passione del figlio e un interesse artistico della moglie. Credo che, se si concluderà, il suo non sarà un investimento di breve durata, ma avrà un raggio ben più lungo. In via di principio chi compra perché coinvolto in un fondo di private equity ha un tipo di cultura più speculativa, rispetto a un imprenditore classico. Poi magari le cose vanno diversamente, e Zhang uscirà dall’Inter prima del fondo Elliott, ma nella maggioranza dei casi l’attività di impresa è una garanzia”.