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“Parma vi schifa”. Giocatori, dirigenti e staff hanno trovato questa scritta al loro arrivo nel centro sportivo di Collecchio questa mattina, al risveglio da una notte probabilmente insonne. Era questione di tempo, si sapeva, ma ieri sera, con la sconfitta contro il Torino, è arrivata la certezza matematica della retrocessione per il Parma. È arrivata a quattro giornate dalla fine, quasi a non voler prolungare l’agonia di una stagione che rischia di essere la peggiore di sempre per i gialloblù. I ragazzi di D'Aversa hanno fatto soltanto 20 punti in campionato fin qui, uno solo in più del 2015, l’anno del fallimento: in quel caso però, giocatori ed allenatore avevano diverse attenuanti, su tutte il mancato pagamento degli stipendi. Eppure, non tutto il male viene per nuocere. Ora bisogna ripartire in fretta e a Parma sanno come si fa.

UN MINIMO COMUN DENOMINATORE: L’INESPERIENZA - Da quando, nel 1990, il Parma di Nevio Scala conquistò per la prima volta la Serie A, i gialloblù erano retrocessi solo due volte, 2008 e 2015, entrambe più o meno direttamente riconducibili ad un fallimento societario. Anche in questo caso, dietro alla retrocessione, c’è una motivazione societaria: qui, però, non si tratta di un fallimento, bensì di una rinascita. A settembre, il Parma è stato comprato dalla famiglia americana Krause, che non aveva mai guidato un club di calcio e che non conosceva la Serie A. A Liverani, arrivato a luglio per portare in Emilia il calcio spumeggiante, anche se poco redditizio, mostrato a Lecce, è stata affidata una squadra costruita per il catenaccio di D’Aversa. Il DS Carli, arrivato anche lui in estate al posto del dimissionario Faggiano, ha puntato molto, troppo, su giovani di belle speranze, tutti provenienti dall’estero, senza alcuna esperienza nel nostro campionato. L’inesperienza è dunque la chiave di questo fallimento del Parma, sia a livello di proprietà che in campo. Ora, però, con una stagione in più sulle spalle, ci sono tutti i presupposti per crescere.

TANTI PUNTI DI DOMANDA, UNA SOLA CERTEZZA - Il futuro di tanti giocatori è in bilico. I tre trascinatori, la spina dorsale delle ultime due stagioni, Bruno Alves, Gervinho e Kucka, quest’anno sono parsi un po’ svuotati e a fine stagione andranno sicuramente via. Fra chi è certo di partire ci sono anche coloro che sono arrivati in prestito, secco o con obbligo in caso di salvezza: Zirkzee tornerà al Bayern, Nicolussi-Caviglia alla Juve, Conti al Milan, Bani al Genoa e Brunetta al Godoy. Infine, molti giocatori potrebbero avere mercato in A o all’estero e, soprattutto, potrebbero non voler finire nella serie cadetta: Sepe, Osorio, Cyprien, Hernani, Brugman, Kurtic, Pellè, Grassi, Inglese sono solo i più importanti. In questo caso la linea della dirigenza è però chiara: decide la società chi parte e chi no. Chi invece sembra convinto di restare è Andreas Cornelius, che ha recentemente dichiarato di avere 3 anni di contratto e di essere molto contento in Emilia. In Serie B potrebbe fare la differenza e, se non cambieranno le cose, il Parma ripartirà da lui.
RIPARTIRE SUBITO DAI GIOVANI - Queste ultime quattro giornate di campionato devono necessariamente essere utilizzate al meglio da D’Aversa per gettare le basi per la prossima stagione. Sarà necessario cercare di chiudere con dignità, ma anche iniziare a far giocare quei giovani arrivati in estate, ma a cui non è stata data la possibilità di mettersi in mostra con continuità. Se Mihaila e Man sono ormai una certezza, Sohm è uno di quelli che ha deluso di più le enormi aspettative che erano riposte su di lui. È vero anche che è stato schierato praticamente ovunque fuorché nel suo ruolo naturale: davanti alla difesa. Questo è il nodo più importante da sciogliere, ma ci sono altri ragazzi il cui futuro è incerto, e bisognerà decidere se puntarvi o meno: Valenti, Busi, Zagaritis e Karamoh hanno dimostrato poco o niente. Infine, sarebbe il caso di dare qualche minuto anche ai ragazzi promossi dal vivaio: il 2002 Balogh, il 2003 Dierckx e il 2004 Traoré.

FUORI DAL CAMPO – La rinascita del Parma passa anche dai cambiamenti nell’organigramma. Sono recentemente arrivate due figure di spessore internazionale e con esperienze importanti in Italia, come il DT Javier Ribalta, ex Torino, Juve, Milan, Novara, Manchester Utd e Zenit, e il suo braccio destro Jaap Kalma, con un passato nel marketing di Milan e Ferrari. Carli non conosce ancora il suo destino, che sembra invece scontato per D'Aversa, non solo per i risultati ottenuti, ma anche per la filosofia di gioco offensiva su cui Ribalta vuole fondare il suo Parma. Dietro di loro c’è una società ricca, solida ed entusiasta, che in questa stagione ha speso 72 milioni, ne riceverà 25 dal paracadute e ne spenderà ancora molti. Fuori dal campo, uno degli obiettivi principali sarà lo sviluppo di un brand, sull’esempio delle più importanti squadre europee, sia radicato nlle tradizioni antichissime di una delle città più affascinanti d’Italia, che proiettato verso il futuro. Il fiore all’occhiello del nuovo corso sarà però lo stadio, il cui ambizioso progetto è già stato presentato. Sarà il regalo di Krause alla città, l’ennesimo gioiello che ne andrà ad impreziosire l’elegante centro storico.

 Infine, sarà fondamentale ritrovare l’entusiasmo dei tifosi, ma quello verrà da sé. I parmigiani si abituano facilmente alla Serie A e, se alla prima stagione il Tardini fa il tutto esaurito ogni domenica, la partecipazione va sempre un po’ a scemare negli anni successivi (il 2021 ovviamente ha una storia a sé stante). Il campionato di B servirà quindi, covid permettendo, anche a riavvicinare la tifoseria alla squadra. Ora c’è delusione, è normale, ma la retrocessione non è una notizia così terribile. Forse era addirittura necessaria per permettere al disegno di Krause di prendere forma con più calma. Oggi nasce il nuovo Parma e, forse, sarà un grande Parma.